Ecco i 10 fondamentali punti presentati al ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, Massimo D'Alema, in occasione di un incontro organizzato da Libertà e Giustizia allo Spazio Krizia di Milano, oggi 10 maggio.
1. Il Pd è un partito laico, antifascista, progressista ed europeista, che riconosce il valore fondante e l’attualità della Costituzione della Repubblica italiana e difende l’autonoma espressione del voto parlamentare da qualsiasi ingerenza
2. Il Pd nasce dall’esigenza di rinnovare alle radici l’anima e l’organizzazione della politica italiana
3. Per questo il Pd si impegna con norme che regolino la democrazia interna dei partiti ad attuare un forte ricambio della classe dirigente, puntando sui giovani e sulla partecipazione attiva e paritaria delle donne
4. Il programma del Pd deve ispirarsi ai valori e alle idee di un’Italia moderna, forte delle sue radici di Libertà e Giustizia e rivolgersi coraggiosamente al futuro: formazione dei giovani, riconoscimento del merito, delle capacità intellettuali e d’iniziativa, investimenti nella ricerca scientifica e sfida all’emergenza climatica e ambientale. Pace, partecipazione e fantasia, tre parole chiave e tre valori per pensare il futuro.
5. Il Pd sostiene una moderna economia sociale di mercato, libera dai conflitti di interesse. Promuove pari accesso alle opportunità, autonomia di impresa, equità e solidarietà tra i cittadini. Il Pd fa di un lavoro dignitoso per tutti il grande compito della Repubblica, come previsto dalla lungimiranza dei padri costituenti.
6. Il Pd è un partito che s’impegna da subito a limitare i costi della politica, gli sprechi e i privilegi delle amministrazioni a tutti i livelli.
7. Il Pd si impegna, a ogni livello politico e amministrativo, nella tutela del paesaggio, del patrimonio artistico e culturale e delle risorse naturali ed energetiche comuni.
8. Il Pd sostiene la famiglia e tutela le coppie di fatto, prevedendo norme che garantiscano i diritti di ciascuno.
9. Il Pd considera l’efficienza della giustizia e la lotta a ogni forma di illegalità – in primo luogo quella che vede colluse la politica e la criminalità organizzata – come priorità da perseguire con tutti i mezzi necessari, nell’interesse della sicurezza dei cittadini. Il Pd tutela il pluralismo dell’informazione e l’indipendenza dei mezzi di comunicazione dalla politica.
10. Il Pd sollecita il dialogo e la ricerca di possibili mediazioni al proprio interno e nei rapporti con le altre forze politiche, ma non è disponibile a trattative ad ogni costo che minaccino i principi enunciati nel decalogo qui esposto.
giovedì 10 maggio 2007
Il decalogo per il Partito democratico
Stop allo spoils system
Il 23 marzo 2007 la Corte costituzionale, con le sentenze 103 e 104, ha bloccato in modo forse definitivo la tentazione bipartisan di assoggettare a spoils system i dirigenti delle pubbliche amministrazioni. Come ci ricorda Carlo D'Orta "È una storia che vale la pena di raccontare, perché tocca al cuore il più importante principio costituzionale sulla pubblica amministrazione: quello di imparzialità e buon andamento".
prosegue qui su lavoce.it
prosegue qui su lavoce.it
domenica 6 maggio 2007
Rivolta contro l' apertura festiva Non lavoreremo il Primo Maggio
Repubblica — 06 maggio 2007 pagina 7 sezione: TORINO
Sindacati sul piede di guerra per la nuova sperimentazione delle aperture domenicali e serali in centro. Iniziativa che manda su tutte le furie i vertici di categoria di Cgil, Cisl e Uil, non solo per il via libera dato ai commercianti di alzare la serranda nei giorni di festa, con ricadute inevitabili sugli addetti degli esercizi, ma per la possibilità che, nel 2008, i negozi tengano aperto nel giorno del 25 aprile o, addirittura, il primo maggio, Festa dei lavoratori. L' assessore al Commercio, Alessandro Altamura, è stato chiaro: «Da novembre ad aprile ci sarà una sospensione e poi si ripartirà ad aprile 2008, quindi gli esercenti potranno tenere aperto a Pasqua, il 25 aprile e il Primo Maggio». Pasqua è fuori, solo perché nel 2008 cadrà a marzo, ma tutte le altre feste sono all' interno del periodo previsto dalla delibera. «Non è possibile - dice Cosimo La Volta della Uiltucs - siamo contro il provvedimento di Altamura, ma se l' assessore non vuole avere sotto i balconi di Palazzo Civico le commesse deve fare una modifica, escludendo il 25 aprile o il Primo Maggio». Domani nella sede della Uil si ritroveranno gli addetti dei negozi del centro per discutere di Tfr, ma gran parte dell' incontro verrà dedicato alla discussione della delibera Altamura, che scatta proprio oggi. «La prossima settimana faremo una riunione unitaria con Filcams-Cgil e Fisascat per decidere una manifestazione e far cambiare idea all' amministrazione», aggiunge La Volta. Sulla stessa linea Elena Ferro, segretaria della Filcams-Cgil: «Non possiamo accettare che il Primo Maggio o il 25 aprile diventino giornate lavorative in base alle decisioni dei titolari dei negozi. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso». In Comune la scelta di Altamura fa discutere. Enzo La Volta, vicepresidente della commissione Commercio, si chiede che senso ha «riproporre una sperimentazione fallita, non basata su un' analisi dei dati e che mortifica esercenti e lavoratori. è ora di arrivare a un patto serio con le associazioni dei commercianti, ragionando su un calendario diverso da quello varato, che parta dalle iniziative della città». La Volta chiede che si apra «una discussione e che si corregga la delibera, escludendo il Primo Maggio e il 25 aprile». E sentenzia: «Quella di Altamura non è una scelta riformista da Partito Democratico». (d.lon.)lunedì 16 aprile 2007
L’identità del Partito Democratico
vi segnalo questo stimolante articolo tratto da http://www.leftwing.it
Il Partito democratico non serve alla sinistra italiana, non serve ai gruppi dirigenti e nemmeno ai militanti di Ds e Margherita, non serve al centrosinistra nel suo complesso. E’ all’Italia che serve un partito democratico, perché è la democrazia italiana che da quindici anni vede le sue strutture portanti piegarsi sotto il peso di una delegittimazione crescente, che non a caso si è accompagnata alla progressiva espropriazione delle sue prerogative e dei suoi poteri. Una lunga fase difficile – che si può definire di transizione o di crisi, secondo i gusti – in cui di fatto la campagna di delegittimazione della politica e delle istituzioni democratiche ha ottenuto due effetti: da un lato una sostanziale sospensione del diritto, così da permettere regolamenti di conti interni condotti per le spicce; dall’altro l’inibizione delle capacità di reazione del sistema, tenuto sotto scacco dalla stampa e dalla magistratura.Non è questa la sede per stilare un bilancio delle inchieste che tra il 1992 e il 1993 hanno decapitato la classe dirigente del nostro paese. Quale che sia il giudizio su quella stagione e sulla condotta dei suoi principali protagonisti – nei partiti e nelle istituzioni, nelle procure e nei giornali, nel mondo della finanza e dell’editoria – non si può non vedere, però, come l’Italia di oggi sia ancora, almeno in larga misura, il paese uscito da quel gigantesco e tumultuoso processo di ristrutturazione del potere.Da quindici anni, in Italia, si discute ininterrottamente di nuove leggi elettorali e di più generali riforme istituzionali. Basterebbe questa semplice annotazione a dare la misura esatta della crisi. Da quindici anni il dibattito pubblico e l’intero sistema politico appaiono ripiegati su se stessi. Immobili al centro della scena, dinanzi a un pubblico stupefatto e sempre meno numeroso, gli attori discutono animatamente tra loro del copione e della scenografia, mentre improvvisati registi salgono sul palco e ne vengono buttati fuori con crescente rapidità. Di qui le tante stucchevoli discussioni sulle riforme che sarebbero necessarie e sull’incapacità delle maggiori forze politiche di porvi mano, sul perché in Italia la sinistra non possa fare la sinistra e la destra non possa fare la destra, sulla misteriosa e irriducibile anomalia della democrazia italiana.Volendo intrattenersi un po’ di tempo in allegria, si potrebbero passare in rassegna le tante formazioni politiche fiorite e appassite nel corso di questi quindici anni: nuovi partiti e nuove alleanze, federazioni di partiti e movimenti più e meno spontanei, in una giostra di scissioni e ricomposizioni che ha partorito gli incroci più sensazionali. Molti illustri segretari di partito hanno alle proprie spalle un numero considerevole di simili esperimenti, storici incontri, nuovi inizi e svolte epocali. Non è questa la storia del Partito democratico, nonostante l’insopportabile retorica dell’identità e dei valori alimentata ad arte da coloro che vorrebbero consegnarlo subito a una simile galleria. Non è la fusione tra Ds e Margherita che ha innescato questo circolo vizioso. E’ per uscire da questo circolo vizioso, al contrario, che Ds e Margherita hanno deciso di dar vita al Partito democratico. Se si vuole discuterne seriamente, infatti, non si può rimuovere la storia di questi ultimi quindici anni. E soprattutto non si può dimenticare che in politica non sono le parole a definire le cose, ma le cose a definire le parole. L’identità di un partito non è definita dal suo nome, dai suoi simboli o dalla sua retorica, ma dalla sua politica. Alla costituente socialista annunciata da Enrico Boselli durante il congresso dello Sdi dovrebbero partecipare formazioni e dirigenti che in questi quindici anni sono stati ininterrottamente su fronti opposti, chi al governo con Silvio Berlusconi e chi all’opposizione con Fausto Bertinotti. I soli socialisti di Boselli hanno promosso liste comuni prima con i Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio, poi con Ds e Margherita nella lista dell’Ulivo e infine con i Radicali di Marco Pannella. Ora criticano la “fusione fredda” del Partito democratico assieme al correntone diessino di Fabio Mussi, che si dice interessato tanto alla costituente socialista di Boselli quanto alla costituente comunista di Bertinotti. Dal ’98 al 2001 simili difensori della coerenza ideale e identitaria sono stati al governo con Boselli, all’opposizione da sinistra con Bertinotti e all’opposizione da destra con De Michelis. Dal 2001 al 2006 le parti si sono invertite, Boselli e Bertinotti sono stati insieme all’opposizione, De Michelis è stato al governo con Forza Italia, An e Lega. Non si vede perché oggi la parola “socialista” dovrebbe improvvisamente rivelarsi capace di unire quel che la politica, in tutti questi anni, ha irrimediabilmente diviso. In tutti questi anni, al contrario, Ds e Margherita sono stati insieme al governo e insieme all’opposizione. Ed è da qui – dall’azione politica concreta condotta nel paese e dalla concretissima lotta per l’egemonia tra riformisti e radicali condotta all’interno della coalizione – che è emersa la possibilità e l’esigenza dell’unità tra i due partiti. Questa è la ragione per cui la costituente socialista con Mussi e De Michelis, verosimilmente, non avrà miglior sorte del Girasole con i Verdi, della Rosa nel Pugno con Pannella o di tutti i possibili incroci di laboratorio – questi sì! – che i custodi dell’identità socialista potranno inventare, nel loro irrefrenabile feticismo lessicale. E a conferma del fatto che non è l’identità di un partito a definirne la politica, ma la politica a definirne l’identità, sta una banale constatazione: i partiti politici morti e sepolti, come il partito bolscevico di Lenin o il partito fascista di Mussolini, evidentemente, oggi non hanno più una politica, e non possono in alcun modo averla, perché sono morti. Ma il fatto di essere morti e sepolti non impedisce loro di possedere ancora oggi una fortissima identità. Anzi, oggi molto più che in passato, quando erano vivi e immersi nel loro tempo, la loro identità appare come un cristallo purissimo di perfetta e levigata coerenza, priva di tutte le incrostazioni e le contraddizioni che vengono dall’attrito quotidiano con la realtà e con il mondo circostante. Ma quella condizione che a taluni, evidentemente, appare ammirevole e invidiabile, non è altro che rigor mortis. E’ l’imperturbabile coerenza delle salme. E’ la bellezza immutabile e incorruttibile delle lingue morte. E’ lo sguardo fiero dei condottieri di marmo, con il loro vasto seguito di piccioni. E non c’è ragione di invidiarla.
Il Partito democratico non serve alla sinistra italiana, non serve ai gruppi dirigenti e nemmeno ai militanti di Ds e Margherita, non serve al centrosinistra nel suo complesso. E’ all’Italia che serve un partito democratico, perché è la democrazia italiana che da quindici anni vede le sue strutture portanti piegarsi sotto il peso di una delegittimazione crescente, che non a caso si è accompagnata alla progressiva espropriazione delle sue prerogative e dei suoi poteri. Una lunga fase difficile – che si può definire di transizione o di crisi, secondo i gusti – in cui di fatto la campagna di delegittimazione della politica e delle istituzioni democratiche ha ottenuto due effetti: da un lato una sostanziale sospensione del diritto, così da permettere regolamenti di conti interni condotti per le spicce; dall’altro l’inibizione delle capacità di reazione del sistema, tenuto sotto scacco dalla stampa e dalla magistratura.Non è questa la sede per stilare un bilancio delle inchieste che tra il 1992 e il 1993 hanno decapitato la classe dirigente del nostro paese. Quale che sia il giudizio su quella stagione e sulla condotta dei suoi principali protagonisti – nei partiti e nelle istituzioni, nelle procure e nei giornali, nel mondo della finanza e dell’editoria – non si può non vedere, però, come l’Italia di oggi sia ancora, almeno in larga misura, il paese uscito da quel gigantesco e tumultuoso processo di ristrutturazione del potere.Da quindici anni, in Italia, si discute ininterrottamente di nuove leggi elettorali e di più generali riforme istituzionali. Basterebbe questa semplice annotazione a dare la misura esatta della crisi. Da quindici anni il dibattito pubblico e l’intero sistema politico appaiono ripiegati su se stessi. Immobili al centro della scena, dinanzi a un pubblico stupefatto e sempre meno numeroso, gli attori discutono animatamente tra loro del copione e della scenografia, mentre improvvisati registi salgono sul palco e ne vengono buttati fuori con crescente rapidità. Di qui le tante stucchevoli discussioni sulle riforme che sarebbero necessarie e sull’incapacità delle maggiori forze politiche di porvi mano, sul perché in Italia la sinistra non possa fare la sinistra e la destra non possa fare la destra, sulla misteriosa e irriducibile anomalia della democrazia italiana.Volendo intrattenersi un po’ di tempo in allegria, si potrebbero passare in rassegna le tante formazioni politiche fiorite e appassite nel corso di questi quindici anni: nuovi partiti e nuove alleanze, federazioni di partiti e movimenti più e meno spontanei, in una giostra di scissioni e ricomposizioni che ha partorito gli incroci più sensazionali. Molti illustri segretari di partito hanno alle proprie spalle un numero considerevole di simili esperimenti, storici incontri, nuovi inizi e svolte epocali. Non è questa la storia del Partito democratico, nonostante l’insopportabile retorica dell’identità e dei valori alimentata ad arte da coloro che vorrebbero consegnarlo subito a una simile galleria. Non è la fusione tra Ds e Margherita che ha innescato questo circolo vizioso. E’ per uscire da questo circolo vizioso, al contrario, che Ds e Margherita hanno deciso di dar vita al Partito democratico. Se si vuole discuterne seriamente, infatti, non si può rimuovere la storia di questi ultimi quindici anni. E soprattutto non si può dimenticare che in politica non sono le parole a definire le cose, ma le cose a definire le parole. L’identità di un partito non è definita dal suo nome, dai suoi simboli o dalla sua retorica, ma dalla sua politica. Alla costituente socialista annunciata da Enrico Boselli durante il congresso dello Sdi dovrebbero partecipare formazioni e dirigenti che in questi quindici anni sono stati ininterrottamente su fronti opposti, chi al governo con Silvio Berlusconi e chi all’opposizione con Fausto Bertinotti. I soli socialisti di Boselli hanno promosso liste comuni prima con i Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio, poi con Ds e Margherita nella lista dell’Ulivo e infine con i Radicali di Marco Pannella. Ora criticano la “fusione fredda” del Partito democratico assieme al correntone diessino di Fabio Mussi, che si dice interessato tanto alla costituente socialista di Boselli quanto alla costituente comunista di Bertinotti. Dal ’98 al 2001 simili difensori della coerenza ideale e identitaria sono stati al governo con Boselli, all’opposizione da sinistra con Bertinotti e all’opposizione da destra con De Michelis. Dal 2001 al 2006 le parti si sono invertite, Boselli e Bertinotti sono stati insieme all’opposizione, De Michelis è stato al governo con Forza Italia, An e Lega. Non si vede perché oggi la parola “socialista” dovrebbe improvvisamente rivelarsi capace di unire quel che la politica, in tutti questi anni, ha irrimediabilmente diviso. In tutti questi anni, al contrario, Ds e Margherita sono stati insieme al governo e insieme all’opposizione. Ed è da qui – dall’azione politica concreta condotta nel paese e dalla concretissima lotta per l’egemonia tra riformisti e radicali condotta all’interno della coalizione – che è emersa la possibilità e l’esigenza dell’unità tra i due partiti. Questa è la ragione per cui la costituente socialista con Mussi e De Michelis, verosimilmente, non avrà miglior sorte del Girasole con i Verdi, della Rosa nel Pugno con Pannella o di tutti i possibili incroci di laboratorio – questi sì! – che i custodi dell’identità socialista potranno inventare, nel loro irrefrenabile feticismo lessicale. E a conferma del fatto che non è l’identità di un partito a definirne la politica, ma la politica a definirne l’identità, sta una banale constatazione: i partiti politici morti e sepolti, come il partito bolscevico di Lenin o il partito fascista di Mussolini, evidentemente, oggi non hanno più una politica, e non possono in alcun modo averla, perché sono morti. Ma il fatto di essere morti e sepolti non impedisce loro di possedere ancora oggi una fortissima identità. Anzi, oggi molto più che in passato, quando erano vivi e immersi nel loro tempo, la loro identità appare come un cristallo purissimo di perfetta e levigata coerenza, priva di tutte le incrostazioni e le contraddizioni che vengono dall’attrito quotidiano con la realtà e con il mondo circostante. Ma quella condizione che a taluni, evidentemente, appare ammirevole e invidiabile, non è altro che rigor mortis. E’ l’imperturbabile coerenza delle salme. E’ la bellezza immutabile e incorruttibile delle lingue morte. E’ lo sguardo fiero dei condottieri di marmo, con il loro vasto seguito di piccioni. E non c’è ragione di invidiarla.
venerdì 13 aprile 2007
La Margherita dice sì ma soffre: "È un matrimonio squilibrato"
Edmondo Berselli - la Repubblica, del 13-04-2007
Rutelliani, prodiani, parisiani. E poi popolari, laici, liberali, socialisti, ambientalisti. Un vortice, una girandola di congressi, di circoli, di tessere, con un corollario tardo-democristiano di ricorsi e contestazioni. Se c´è un partito versatile, anzi di più, un partito costitutivamente eclettico, questo è la Margherita. Con uno spettro variegatissimo di sfumature, di tradizioni, di ispirazioni, di culture.
In effetti la Margherita è un partito "post", che viene dopo che è successo tutto: dopo la dissoluzione della Democrazia cristiana, dopo la confluenza dei democratici dell´Asinello prodiano, e soprattutto dopo la fine o la trasfigurazione delle culture politiche tradizionali: «In teoria», dice uno degli esponenti più vicini ad Arturo Parisi, il bolognese Antonio La Forgia, ex comunista di antiche ascendenze ingraiane, «noi siamo il partito più moderno dell´Unione. Con le caratteristiche più profonde del catch-all-party, il partito "pigliatutto" che si rivolge alla società intera con un´idea di modernizzazione del paese». E che perciò non esprime verso il futuro partito democratico le resistenze che si manifestano apertamente o che serpeggiano come una febbre nel corpo dei Ds.
Piuttosto c´è ansia, se non proprio timore, per la «fusione asimmetrica». Cioè per un matrimonio fra partiti squilibrati numericamente, a vantaggio dei Ds. «Non siamo proprio alla ricetta impazzita del pasticcio di allodola e cavallo - dice La Forgia - ma la differenza numerica fra i due partiti maggiori del centrosinistra balza in primo piano in ogni discussione e in ogni ipotesi per il dopo congresso». Ed è riconoscibile anche una specie di continua, evocata, sottolineata "subliminal competition" con il partito di Fassino.
Il paragone fra i due partiti a prima vista è semplice. I congressi dei Democratici di sinistra si sono svolti nel modo più tradizionale e identificabile: la mozione del segretario, con il dissenso strutturale della mozione Mussi, e la fronda della terza mozione, Angius-Zani. Mentre dentro la Margherita i settori di resistenza aperta all´approdo nel Pd sono limitati. Piccole enclave di refrattari. Prevale semmai un´inquietudine, resa esplicita da uno dei giovani leader del partito, Lapo Pistelli: «Le strategie all´interno dei Ds sono chiare; c´è l´eventualità che una parte del nucleo dirigente si stacchi, ma in linea di tendenza non si staccheranno gli elettori. Mentre per noi vale il contrario: il gruppo dirigente è compatto, ma con la rinuncia di un´identità specifica c´è invece il timore di perdere quote di elettori».
Dentro la Margherita si guarda con freddezza ai dati dei sondaggi, che al momento fissano pessimisticamente il Partito democratico a un quarto dell´elettorato. «Intanto il fatto più importante», dice uno degli uomini di punta, il presidente dei deputati dell´Ulivo Dario Franceschini, «è che al Pd la Margherita ci arriva tutta intera, senza defezioni e senza rotture». Sembra un´ovvietà, ma sullo sfondo di questo risultato c´è un lavorio che ha cambiato la struttura del partito. Oggi la Margherita è il risultato dell´incontro di Chianciano dell´autunno scorso, in cui i popolari, capitanati anche simbolicamente dal "tridente" composto da Enrico Letta, Franceschini e Giuseppe Fioroni, hanno riallineato il partito sulla struttura organizzativa degli ex popolari, guadagnando nei congressi locali un largo vantaggio.
Con quale risultato e quali prospettive? A sentire gli uomini del "tridente", l´avere oggi un partito con un 70-80 per cento di matrice popolare è un risultato tutt´altro che negativo nel momento in cui occorrerà avviare una fase "contrattuale" con i Ds, ossia quando comincerà la convivenza, dopo i due congressi simultanei e in attesa dell´assemblea costituente dell´autunno prossimo.
Ma nel frattempo aleggiano sull´itinerario verso il Pd un paio di problemini tutt´altro che semplici. Che si chiamano nientemeno Rutelli e Prodi. Per quanto riguarda il presidente della Margherita, al momento il suo ridimensionamento è indubbio. Dovrà reinventarsi un ruolo puntando sul fatto che la sua figura è la garanzia formale e sostanziale che il Partito democratico non sarà una riedizione minore del compromesso consociativo fra sinistra democristiana ed ex Partito comunista.
Quanto al premier, il discorso si fa delicato: perché Prodi va considerato il padre fondatore, possibilmente il futuro presidente del partito democratico, il federatore di una iniziativa che rivoluziona il centrosinistra e la politica italiana, e che a suo giudizio non si conclude affatto con la fusione fra Ds e Margherita. Ma per l´ala più esplicita della Margherita, rappresentata ad esempio dal sindaco di Venezia Massimo Cacciari, «Prodi è un hapax legomenon, termine filologico per indicare un termine unico, che ricorre solo in quell´autore. Pensa di poter governare il Paese e poi anche il futuro partito, soltanto dalla posizione di presidente del Consiglio».
Liquidato anche Prodi? No, ma si ha la sensazione palpabile che con il Big Bang costituente si assisterà a un cambiamento radicale nella politica del centrosinistra. Prodi ha scritto all´Unità che auspica un «partito dei cittadini», aperto alla società civile, ai movimenti, alle associazioni. Dimostrando così che non ha nessuna intenzione di assistere da spettatore passivo alla genesi del nuovo partito. Anche il capo del governo sa bene che finiranno al macero alcuni schemi che nell´ultimo decennio hanno dettato il codice di comportamento della politica italiana. Come dice Franceschini: «Forse non ci siamo ancora resi conto che con la nascita del Pd finiscono tutte le rendite di posizione. Non basterà più qualificarsi come i più moderati della coalizione per guadagnarsi le candidature. Non ci sarà più la figura dell´uomo di garanzia elettorale, il moderato che traghetta la sinistra nell´area del governo. Dentro il Partito democratico saremo tutti uguali, e questa è più o meno la rivoluzione».
Il che significa che il processo costituente sarà verosimilmente movimentato. Se Fassino si sente legittimato a concorrere alla leadership del Pd, altre figure nutriranno la stessa ambizione. E non va perso di vista un aspetto destinato a complicare ulteriormente i giochi: nella politica postideologica le aggregazioni di partito si formano intorno a una leadership. Quindi nella Margherita tutti sanno benissimo che si porrà il problema di decidere se il capo del Partito democratico sarà anche il candidato dello schieramento alle elezioni politiche e quindi alla premiership. «Credo che in un primo momento sarà opportuno tenere distinte queste due posizioni», commenta Giulio Santagata, ministro per l´attuazione del programma, l´uomo più in vista della piccola pattuglia prodiana. Anche perché tutti sanno che nell´arco temporale dell´effettivo varo politico del Pd, di qui alle elezioni europee del 2009, la fusione fredda dovrà scaldarsi fino a far emergere una leadership nuova: «Inutile metterci un´ipoteca adesso.
E su questo tema si riscontra effettivamente la duttilità della Margherita, di cui fa parte anche la tradizionale disponibilità democristiana alla scelta pragmatica del leader. Per i Ds, la corsa alla posizione di vertice può essere l´ultima battaglia per lo sdoganamento dello sdoganamento, la perfetta legittimazione senza più residui o riserve mentali. Invece per la Margherita, la gara per la leadership è più che altro un modo di fare politica nello scenario nuovo: «Ognuno dovrà metterci del suo», ridacchia Franceschini, proprio perché non ci saranno diritti ereditari da far valere. E La Forgia, con un realismo che viene da lontano: «I Ds hanno una forza elettorale superiore, ma a ben guardare la Margherita è già una specie di partito democratico. Tanto per capirci, noi, al casino, ci siamo più abituati».
Rutelliani, prodiani, parisiani. E poi popolari, laici, liberali, socialisti, ambientalisti. Un vortice, una girandola di congressi, di circoli, di tessere, con un corollario tardo-democristiano di ricorsi e contestazioni. Se c´è un partito versatile, anzi di più, un partito costitutivamente eclettico, questo è la Margherita. Con uno spettro variegatissimo di sfumature, di tradizioni, di ispirazioni, di culture.
In effetti la Margherita è un partito "post", che viene dopo che è successo tutto: dopo la dissoluzione della Democrazia cristiana, dopo la confluenza dei democratici dell´Asinello prodiano, e soprattutto dopo la fine o la trasfigurazione delle culture politiche tradizionali: «In teoria», dice uno degli esponenti più vicini ad Arturo Parisi, il bolognese Antonio La Forgia, ex comunista di antiche ascendenze ingraiane, «noi siamo il partito più moderno dell´Unione. Con le caratteristiche più profonde del catch-all-party, il partito "pigliatutto" che si rivolge alla società intera con un´idea di modernizzazione del paese». E che perciò non esprime verso il futuro partito democratico le resistenze che si manifestano apertamente o che serpeggiano come una febbre nel corpo dei Ds.
Piuttosto c´è ansia, se non proprio timore, per la «fusione asimmetrica». Cioè per un matrimonio fra partiti squilibrati numericamente, a vantaggio dei Ds. «Non siamo proprio alla ricetta impazzita del pasticcio di allodola e cavallo - dice La Forgia - ma la differenza numerica fra i due partiti maggiori del centrosinistra balza in primo piano in ogni discussione e in ogni ipotesi per il dopo congresso». Ed è riconoscibile anche una specie di continua, evocata, sottolineata "subliminal competition" con il partito di Fassino.
Il paragone fra i due partiti a prima vista è semplice. I congressi dei Democratici di sinistra si sono svolti nel modo più tradizionale e identificabile: la mozione del segretario, con il dissenso strutturale della mozione Mussi, e la fronda della terza mozione, Angius-Zani. Mentre dentro la Margherita i settori di resistenza aperta all´approdo nel Pd sono limitati. Piccole enclave di refrattari. Prevale semmai un´inquietudine, resa esplicita da uno dei giovani leader del partito, Lapo Pistelli: «Le strategie all´interno dei Ds sono chiare; c´è l´eventualità che una parte del nucleo dirigente si stacchi, ma in linea di tendenza non si staccheranno gli elettori. Mentre per noi vale il contrario: il gruppo dirigente è compatto, ma con la rinuncia di un´identità specifica c´è invece il timore di perdere quote di elettori».
Dentro la Margherita si guarda con freddezza ai dati dei sondaggi, che al momento fissano pessimisticamente il Partito democratico a un quarto dell´elettorato. «Intanto il fatto più importante», dice uno degli uomini di punta, il presidente dei deputati dell´Ulivo Dario Franceschini, «è che al Pd la Margherita ci arriva tutta intera, senza defezioni e senza rotture». Sembra un´ovvietà, ma sullo sfondo di questo risultato c´è un lavorio che ha cambiato la struttura del partito. Oggi la Margherita è il risultato dell´incontro di Chianciano dell´autunno scorso, in cui i popolari, capitanati anche simbolicamente dal "tridente" composto da Enrico Letta, Franceschini e Giuseppe Fioroni, hanno riallineato il partito sulla struttura organizzativa degli ex popolari, guadagnando nei congressi locali un largo vantaggio.
Con quale risultato e quali prospettive? A sentire gli uomini del "tridente", l´avere oggi un partito con un 70-80 per cento di matrice popolare è un risultato tutt´altro che negativo nel momento in cui occorrerà avviare una fase "contrattuale" con i Ds, ossia quando comincerà la convivenza, dopo i due congressi simultanei e in attesa dell´assemblea costituente dell´autunno prossimo.
Ma nel frattempo aleggiano sull´itinerario verso il Pd un paio di problemini tutt´altro che semplici. Che si chiamano nientemeno Rutelli e Prodi. Per quanto riguarda il presidente della Margherita, al momento il suo ridimensionamento è indubbio. Dovrà reinventarsi un ruolo puntando sul fatto che la sua figura è la garanzia formale e sostanziale che il Partito democratico non sarà una riedizione minore del compromesso consociativo fra sinistra democristiana ed ex Partito comunista.
Quanto al premier, il discorso si fa delicato: perché Prodi va considerato il padre fondatore, possibilmente il futuro presidente del partito democratico, il federatore di una iniziativa che rivoluziona il centrosinistra e la politica italiana, e che a suo giudizio non si conclude affatto con la fusione fra Ds e Margherita. Ma per l´ala più esplicita della Margherita, rappresentata ad esempio dal sindaco di Venezia Massimo Cacciari, «Prodi è un hapax legomenon, termine filologico per indicare un termine unico, che ricorre solo in quell´autore. Pensa di poter governare il Paese e poi anche il futuro partito, soltanto dalla posizione di presidente del Consiglio».
Liquidato anche Prodi? No, ma si ha la sensazione palpabile che con il Big Bang costituente si assisterà a un cambiamento radicale nella politica del centrosinistra. Prodi ha scritto all´Unità che auspica un «partito dei cittadini», aperto alla società civile, ai movimenti, alle associazioni. Dimostrando così che non ha nessuna intenzione di assistere da spettatore passivo alla genesi del nuovo partito. Anche il capo del governo sa bene che finiranno al macero alcuni schemi che nell´ultimo decennio hanno dettato il codice di comportamento della politica italiana. Come dice Franceschini: «Forse non ci siamo ancora resi conto che con la nascita del Pd finiscono tutte le rendite di posizione. Non basterà più qualificarsi come i più moderati della coalizione per guadagnarsi le candidature. Non ci sarà più la figura dell´uomo di garanzia elettorale, il moderato che traghetta la sinistra nell´area del governo. Dentro il Partito democratico saremo tutti uguali, e questa è più o meno la rivoluzione».
Il che significa che il processo costituente sarà verosimilmente movimentato. Se Fassino si sente legittimato a concorrere alla leadership del Pd, altre figure nutriranno la stessa ambizione. E non va perso di vista un aspetto destinato a complicare ulteriormente i giochi: nella politica postideologica le aggregazioni di partito si formano intorno a una leadership. Quindi nella Margherita tutti sanno benissimo che si porrà il problema di decidere se il capo del Partito democratico sarà anche il candidato dello schieramento alle elezioni politiche e quindi alla premiership. «Credo che in un primo momento sarà opportuno tenere distinte queste due posizioni», commenta Giulio Santagata, ministro per l´attuazione del programma, l´uomo più in vista della piccola pattuglia prodiana. Anche perché tutti sanno che nell´arco temporale dell´effettivo varo politico del Pd, di qui alle elezioni europee del 2009, la fusione fredda dovrà scaldarsi fino a far emergere una leadership nuova: «Inutile metterci un´ipoteca adesso.
E su questo tema si riscontra effettivamente la duttilità della Margherita, di cui fa parte anche la tradizionale disponibilità democristiana alla scelta pragmatica del leader. Per i Ds, la corsa alla posizione di vertice può essere l´ultima battaglia per lo sdoganamento dello sdoganamento, la perfetta legittimazione senza più residui o riserve mentali. Invece per la Margherita, la gara per la leadership è più che altro un modo di fare politica nello scenario nuovo: «Ognuno dovrà metterci del suo», ridacchia Franceschini, proprio perché non ci saranno diritti ereditari da far valere. E La Forgia, con un realismo che viene da lontano: «I Ds hanno una forza elettorale superiore, ma a ben guardare la Margherita è già una specie di partito democratico. Tanto per capirci, noi, al casino, ci siamo più abituati».
venerdì 30 marzo 2007
Patto generazionale in consiglio Comunale
ORDINE DEL GIORNO
Oggetto: pattogenerazionale60
Premessa
In questi giorni è stato presentato pattogenerazionale60.
Un patto che parla di ricambio generazionale e che è un impegno innanzitutto con noi stessi e con chi lo sottoscrive.
E’ un appello rivolto “a chi chiede ricambio e competitività, ma che coerentemente è disposto, oggi, a sottoscrivere un patto che lo impegni, raggiunta l'età dei 60 anni, a lasciare o non accettare un ruolo di leadership (cariche primarie della politica e dell'economia) continuando ad offrire il suo impegno nei ruoli di vice, di numero due, di saggio, di consulente o di qualsiasi altra posizione che consenta alla società di avvantaggiarsi e non disperdere la sua esperienza”.
Ritenendo corretto il “non potersi nascondere in un atteggiamento molto italiano per cui si chiedono cose che poi non domanderemo a noi stessi” , chiedere ricambio generazionale vogliamo significhi anche garantire un domani il medesimo comportamento. Se non si è i primi a farlo, non si può pretendere che altri lo facciano al nostro posto.
Il patto è un gesto, uno strappo, e magari sarà una rinuncia.
Il tema non è ideologico ma appunto generazionale.
Il patto non è rivolto alle generazioni che ci precedono o a chi oggi sarebbe “fuori quota”.
“Una comunità che diventa leader anticipa il cambiamento, anticipa un futuro passo indietro per obbligare altri a farne in avanti. Così vivono le nazioni che emergono, che esplorano: dove l'errore è lecito perché si cresce provando, mettendo alla prova nuovi talenti”. Una comunità, la sua maturità e il proprio rapporto con il futuro: questa è l’essenza di pattogenerazionale60.
Il mondo dell'impresa, soprattutto multinazionale, ha già scelto e considera il ricambio generazionale un investimento e una necessità.
“Forse così, senza stupore, un giorno avremo un governo guidato da un quarantenne come Gran Bretagna, Spagna o Stati Uniti. Un quarantenne con vent'anni di responsabilità avanti a sé. ”
Tutto ciò premesso il Consiglio Comunale
INVITA
a condividere e sottoscrivere il pattogenerazionale60.
Torino, 30 marzo 2007
Oggetto: pattogenerazionale60
Premessa
In questi giorni è stato presentato pattogenerazionale60.
Un patto che parla di ricambio generazionale e che è un impegno innanzitutto con noi stessi e con chi lo sottoscrive.
E’ un appello rivolto “a chi chiede ricambio e competitività, ma che coerentemente è disposto, oggi, a sottoscrivere un patto che lo impegni, raggiunta l'età dei 60 anni, a lasciare o non accettare un ruolo di leadership (cariche primarie della politica e dell'economia) continuando ad offrire il suo impegno nei ruoli di vice, di numero due, di saggio, di consulente o di qualsiasi altra posizione che consenta alla società di avvantaggiarsi e non disperdere la sua esperienza”.
Ritenendo corretto il “non potersi nascondere in un atteggiamento molto italiano per cui si chiedono cose che poi non domanderemo a noi stessi” , chiedere ricambio generazionale vogliamo significhi anche garantire un domani il medesimo comportamento. Se non si è i primi a farlo, non si può pretendere che altri lo facciano al nostro posto.
Il patto è un gesto, uno strappo, e magari sarà una rinuncia.
Il tema non è ideologico ma appunto generazionale.
Il patto non è rivolto alle generazioni che ci precedono o a chi oggi sarebbe “fuori quota”.
“Una comunità che diventa leader anticipa il cambiamento, anticipa un futuro passo indietro per obbligare altri a farne in avanti. Così vivono le nazioni che emergono, che esplorano: dove l'errore è lecito perché si cresce provando, mettendo alla prova nuovi talenti”. Una comunità, la sua maturità e il proprio rapporto con il futuro: questa è l’essenza di pattogenerazionale60.
Il mondo dell'impresa, soprattutto multinazionale, ha già scelto e considera il ricambio generazionale un investimento e una necessità.
“Forse così, senza stupore, un giorno avremo un governo guidato da un quarantenne come Gran Bretagna, Spagna o Stati Uniti. Un quarantenne con vent'anni di responsabilità avanti a sé. ”
Tutto ciò premesso il Consiglio Comunale
INVITA
a condividere e sottoscrivere il pattogenerazionale60.
Torino, 30 marzo 2007
mercoledì 28 febbraio 2007
IL NUOVO PD E GLI SCENARI DI SVILUPPO DEL SISTEMA LOCALE: VISIONI, STRATEGIE E PRASSI

PARTITO DEMOCRATICO
Il nuovo soggetto politico – per storia delle parti e delle persone che lo compongono – possiede le chiavi più adatte sia per interpretare in senso innovativo i cambiamenti in corso nel “sistema paese” sia per affiancare ad una visione del futuro le prassi che consentono di restituire significati profondi all’azione politica e di governo.“Non si governa un mondo nuovo, senza una lingua nuova”.Per integrare i flussi di informazione ma soprattutto per elaborare un vocabolario condiviso, una sorta di “nuovo linguaggio politico” - capace di tradurre uno scenario in obiettivi, strategie e modelli di azione – è necessario promuovere momenti di confronto e di condivisione delle idee.Si chiede al PD di effettuare uno sforzo potente per raccogliere le esperienze ed i risultati di grandi tradizioni storiche del riformismo e trasformarli, traducendoli nell’attribuzioni di nuovi significati e nuovi sistemi simbolici quali “chiavi di lettura” dei processi di trasformazione della società.Le sfide da cogliere stanno:
nella capacità di leggere ed interpretare i cambiamenti che il “sistema mondo” sta affrontando;
nella traduzione degli stessi in scenari tendenziali al livello locale;
nell’individuazione delle radici identitarie;
della loro traduzione in obiettivi politici;
della loro traduzione in strategie di azione.
PROCESSI DI SVILUPPO
Interpretare i cambiamenti e tradurli in strategie di sviluppoIl processo di globalizzazione in corso a livello planetario sta inducendo una serie di cambiamenti notevoli sullo sviluppo a livello territoriale. In particolare, dopo un primo periodo in cui era generalizzato il timore di un progressivo appiattimento delle identità su modelli universalmente riconosciuti come vincenti, (aumento della produzione industriale e dei plusvalori finanziari) si assiste invece ad una ripresa dei temi dedicati alla valorizzazione delle specificità locali (che nelle accezioni più negative corrono il rischio di assumere i tratti di un nazionalismo sempre più esasperato) ed ad un progressivo, contemporaneo sviluppo di un orizzonte che per comodità viene chiamato “glocale” – dall’unione di globale e locale – e che rappresenta un sistema capace di rappresentare contemporaneamente i due modelli.Analizzando la situazione per insiemi via via più limitati si possono considerare:
AL LIVELLO DELLE REGIONI: la necessità di armonizzare gli interventi di promozione dello sviluppo con gli orientamenti dell’Unione Europea ma anche la capacità di valorizzare quegli insiemi di città e le specificità derivanti da cluster specializzati come quelle provenienti da patrimoni culturali e/o ambientali; lo sviluppo di reti di territori con caratteristiche omogenee o complementari, la promozione dell’internazionalizzazione di parti significative della regione;
AL LIVELLO DELLE PROVINCE: lo sviluppo delle capacità di attivazione dei patrimoni sociali e degli attori privilegiati del territorio; in altre parole la capacità di animazione del sistema e di coinvolgimento nelle opzioni strategiche rilevanti dei livelli superiori; la capacità di interconnessione delle reti e di focalizzazione delle polarità di sviluppo su linee strategiche condivise;
o AL LIVELLO DEI COMUNI, DELLE CITTA’ E DELLE AREE METROPOLITANE: il miglioramento della qualità delle azioni intraprese, della capacità di individuazione di poli emergenti e di aree di degrado, del livello di operatività condivisa con gli attori istituzionali come con le rappresentanze del patrimonio sociale.In generale, si tratta di trovare i modelli di studio ma anche di azione che permettano di abbandonare gli aspetti più propriamente amministrativo-istituzionali verso pratiche di interconnessioni di insiemi di luoghi e di attori strettamente connessi alle specificità territoriali.In altre parole occorre superare le logiche connesse agli interventi diffusi su insiemi i cui confini sono quelli puramente amministrativi. Il confine, il perimetro delle aree su cui intervenire per favorire lo sviluppo deve trovare “nuove rappresentazioni” in termini anche differenziati per obiettivo di sviluppo; potrebbero essere un area geografica, come un insieme di indicatori quantitativi, come un elenco di caratteristiche infrastrutturali, come un raggruppamento di attori locali.
GOVERNANCE TERRITORIALE
mainstreaming verticale ed orizzontale: identità e obiettivi politiciUna nuova rappresentazione degli scenari di sviluppo interpretata secondo le indicazioni di cui sopra, comporta la realizzazione di un sistema complesso di interconnessione verticale ed orizzontale degli attori che compongono il sistema.La partecipazione dei cittadini all’elaborazione ed alla realizzazione di strategie di sviluppo territoriale ad alto livello di condivisione non può essere distaccata da due elementi fondamentali che necessitano di azioni specifiche preventive:o Lo sviluppo di azioni volte a incrementare la capacità partecipativa: le pratiche di animazione locale devono potersi tradurre in un effettivo coinvolgimento della popolazione nelle azioni di sviluppo, se da un lato è presente un sentimento diffuso di protagonismo a livello decisionale (le primarie effettuate l’anno scorso sono specchio di una grande richiesta di partecipazione) sono assai meno diffuse le pratiche per trasformare questo impulso in effettiva azione partecipata;o La diffusione di prassi innovative presso le PPAA: in generale, l’approccio complesso che richiedono i nuovi scenari di sviluppo comporta l’incremento delle capacità di governance del sistema locale anche nelle sue parti minori; non è più sufficiente infatti una delega ai livelli superiori ma è indispensabile sviluppare capacità autonome nella costruzione di reti e di obiettivi condivisi.
UN PARTITO DA CREARE
Il PD può essere un'occasione di sviluppo per i sistemi locali perché il caso di Torino ha dimostrato che è più che mai necessario governare i sistemi locali attraverso una pianificazione di tipo strategico, in cui si coinvolgono i diversi attori del territorio (politici, associazioni, forze economiche, università) in uno sforzo comune di ricognizione e riflessione sul presente e di immaginazione e pianificazione sul futuro. Una azione di coinvolgimento e di mobilitazione del genere è più facile, più forte e più autorevole se guidata da una grande forza di massa, imperniata sui valori piuttosto che sulla dottrina, aperta e tendente all'inclusione, laica e meno incline all'autoreferenzialità di quanto lo sono i partiti odierni.Il PD, nascendo da un difficile processo di integrazione di diverse tradizioni politiche e ideologiche, avrà nel suo DNA un atteggiamento aperto e inclusivo, disponibile al nuovo e orientato al futuro, ciò che serve per governare l'attuale era della globalizzazione, che da una parte rompe confini territoriali e settoriali, dall'altra aumenta la complessità, la varietà e l'interrelazione dei problemi, dei bisogni, delle vocazioni e delle risorse di sistemi territoriali a configurazione sempre più variabile.Un grande partito di massa è meno incline a cedere ad interessi di tipo corporativo o di categoria, e per questo è più adatto a governare con un atteggiamento ed un indirizzo programmatico orientato all'interesse generale. Questo è un punto fondamentale per guidare grandi processi di trasformazione che magari implicano anche decisioni importanti ed impopolari (vedi questioni come TAV o Inceneritori). La presenza di una leadership politica, culturale ed economica, radicata nel luogo può fornire un progetto che dia una prospettiva di sviluppo, basata sulle potenzialità del luogo e condivisa dalla maggior parte della società locale.Disegnare localmente lo sviluppo può consentire una maggiore partecipazione di tutti gli attori locali alle scelte e quindi può consentire un processo più democratico attraverso maggiore rappresentanza, confronto, mediazione, degli interessi locali. Si passa quindi da un modello di regolazione fortemente gerarchizzato, in cui la politica e i processi di governo sono totalmente identificati con i diversi livelli delle istituzioni, ad un nuovo stile di governo caratterizzato da un maggior grado di cooperazione e dall’interazione tra attori pubblici e attori privati all’interno di reti decisionali miste pubblico-private .
PD E SVILUPPO LOCALE
La creazione di aree di libero scambio, la liberalizzazione del mercato dei capitali, l’ingresso sulla scena mondiale di nuove aree e di nuovi paesi, i mutamenti rivoluzionari e congiunti nei servizi, nelle comunicazioni, nei sistemi informativi e nei trasporti, sono solo alcuni esempi delle trasformazioni in atto negli attuali contesti economici. Si presenta così la necessità di ripensare i rapporti ed i modelli di sviluppo territoriale. Come integrare gli obbiettivi spaziali ed economici dei processi di trasformazione, passando attraverso la concertazione fra i livelli di governo e fra attori pubblici e privati?In un sistema ormai strutturato sulla coesistenza di sistemi “ a rete”, “stellari” e “multipolari” in cui la materialità delle reti infrastrutturali, delle città e degli insiemi ambientali deve rapportarsi a sistemi di reti immateriali sempre più estese e complesse è necessario abbandonare schemi gerarchici di intervento per elaborare forme sempre più raffinate di “mainstreaming orizzontale”.Non a caso sentiamo oggi la necessità di parlare con le “istituzioni intermedie” dello sviluppo locale, della governance dei processi e delle politiche di sviluppo locale e del coordinamento fra i diversi livelli di governo nei processi di sviluppo locale. Se nel modello fordista la struttura istituzionale di riferimento era lo Stato-nazione, con il passaggio al modello post-fordista e con l’intensificarsi dei processi di globalizzazione, l’importanza politica, sociale ed economica degli Stati nazionali è stata ridimensionata, da un lato da livelli sopranazionali e dall’altro, dai livelli regionali e locali di governance.Diventano così importanti le istituzioni intermedie, dove l’attributo intermedio è di tipo relazionale e perciò acquista un preciso significato solo se si definiscono gli elementi rispetto ai quali esse si pongono “in mezzo”. Su tutto il territorio nazionale, in continuità con la stagione dei “patti”, dei “contratti”, ed in genere degli strumenti tipici della programmazione negoziata prendono sempre più il sopravvento approcci di tipo integrato che, oltre al coinvolgimento e la condivisione con la cittadinanza delle pratiche di sviluppo si pongono in diretto rapporto con insiemi territoriali di area vasta e con reti immateriali di scala superiore.Il livello delle istituzioni può assumere il ruolo di medium e di raccordo tra il livello micro (informale), rappresentato dai rapporti interpersonali e particolaristici basati sulla fiducia e la reciprocità che si sviluppano all’interno delle famiglie, delle imprese e delle comunità locali, e il livello macro (formalizzato), rappresentato dalle relazioni impersonali, formalizzate e standardizzate tra grandi aggregati, siano, essi gruppi sociali o categorie produttive. In questo senso il “capitale territoriale” diventa risorsa spendibile sul mercato della competitività di livello globale.
5 IDEE PER LO SVILUPPO LOCALE
1. Pianificazione strategica dello sviluppo locale in una visione intersettoriale non localistica, ma a partire dalla lettura dei bisogni e degli interessi locali. L’attrattività del territorio deve essere costruita e valorizzata agendo a tutti i livelli, da quello nazionale fino a quello locale. Un’area risente infatti dell’immagine e della qualità del più ampio sistema in cui è inserita, che può costituire un ulteriore punto di forza o di debolezza per l’area stessa. Del resto, l’attrattività ai livelli gerarchici superiori può trarre vantaggio, secondo un processo bottom up, dalle iniziative di valorizzazione delle specificità locali .Peraltro, la considerazione che il confronto competitivo non avviene all’interno di insiemi di aree territoriali distinti per densità della popolazione, status politico o amministrativo, ma è sempre più trasversale a tali insiemi, rende ancora più necessaria l’adozione di interventi ideati e implementati direttamente a livello locale .In tale contesto, la capacità delle aree territoriali di ridotte dimensioni di inserirsi in una rete più ampia può essere una valida opportunità per accrescere e rafforzare la propria competitività economica, attraverso la ricerca di una maggiore visibilità, un aumento della forza propositiva verso i livelli gerarchici superiori e una condivisione degli oneri sostenuti.
Il ruolo della politica e delle istituzioni :
• Promuovere l’apertura culturale e lo sviluppo di identità comunitarie allargate.
• Conoscere e utilizzare le opportunità offerte dagli altri livelli del sistema istituzionale.
2. Economia della varietà: sviluppo economico multisettoriale, equilibrato e integrato. Oggi la concorrenza tra i beni ed i servizi non si misura più a livello di «nazioni» ma, bensì, di «aree geografiche» e da questo punto di vista appaiono essenziali la (ri)scoperta e la valorizzazione delle risorse locali.Un’articolata serie di attività di valorizzazione dei “diversi modi di essere” di un territorio, con una pluralità di obiettivi che si estendono dal rafforzamento della struttura produttiva locale, allo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali, dal miglioramento della qualità della vita dei residenti, all’aumento dell’attrattività per turisti, investitori, potenziali nuovi residenti e nuove imprese. Il comune denominatore di tali attività è la ricerca delle modalità più adeguate di collegare domanda ed offerta, ossia di soddisfare gli interessi e i bisogni espressi dalla domanda (attuale e potenziale, interna ed esterna) che si rivolge al territorio attraverso azioni tese a rendere attraente e competitiva l’offerta territoriale.Lo sviluppo sostenibile è il principio ispiratore fondamentale delle politiche europee.La Comunità europea favorisce uno sviluppo che integri gli aspetti ambientali, economici e socioculturali facendo leva sulla diversità e sulla capacità degli attori locali di lavorare in rete.I
l ruolo della politica e delle istituzioni :
• Mobilitare le risorse private sulla base di interessi convergenti (sussidiarietà).
3. Politiche di marchio come standard di qualità concordato e rispettato, non solo come luogo di provenienza. La sperimentazione di crescenti livelli di concorrenzialità impone alle aree territoriali l’adozione di logiche e strumenti competitivi. In particolare, i mezzi per affrontare l’intensificarsi della competizione vengono sempre più ricercati nella strumentazione tipica della gestione aziendale e, primariamente, nella trasposizione della filosofia, delle metodologie e delle tecniche di marketing. Il marketing del territorio può essere così definito come un processo che partendo dall’analisi dei bisogni degli stakeholder e dei clienti/mercati consente di costruire, mantenere e rafforzare rapporti di scambio vantaggiosi con i pubblici di riferimento con lo scopo ultimo di aumentare il valore del territorio e l’attrattività dello stesso.Risulta fondamentale la capacità di stimolare la partecipazione attiva di tutte le principali forze presenti sul territorio favorendo il loro coinvolgimento e la loro mobilitazione, nonché la capacità di coordinarne l'intervento e l'attività, dal momento che l’offerta territoriale origina dall’azione di un complesso di attori locali, “ma è percepita dall’utente in modo globale”.
Il ruolo della politica e delle istituzioni :
• Individuare linee strategiche di sviluppo, condivise a livello di comunità.
• Analizzare i bisogni sul territorio, attraverso il coinvolgimento degli stakeholders
4. Riposizionamento verso l’alto della produzione industriale e artigianale (alta qualità, piccole quantità, strategia di nicchia). E’ necessario promuovere «modelli» di organizzazione sociale ed economica come «aree-sistema» in cui si registrano significative «economie esterne» generate da un elevato grado di cooperazione/interazione tra amministrazioni pubbliche e tessuto imprenditoriale locale.L'attenta valorizzazione delle risorse e competenze specifiche del territorio, dal momento che le specificità locali costituiscono la base più solida per il conseguimento di vantaggi competitivi duraturi in una prospettiva di concorrenza territoriale globale, permette a tali elementi distintivi, scarsamente imitabili e, dunque, altamente differenzianti di caratterizzare validamente l’offerta territoriale rispetto alle offerte concorrenti .
Il ruolo della politica e delle istituzioni :
• Promuovere politiche mirate e selettive, in coerenza con gli obiettivi strategici.
5. Valorizzazione dell’ambiente come risorsa da rigenerare e non da consumare.Il paradigma dello “sviluppo sostenibile” (o durevole) è oramai messo in crisi e considerato come un ossimoro di senso negativo. Alla crescita illimitata si oppongono concetti come quello della “decrescita conviviale”, o dello “sviluppo limitato”; nel dibattito in corso sul modello di sviluppo territoriale auspicabile le tematiche ambientali hanno introdotto chiarezza da un lato ma anche giustificate ansie e timori.La conseguenza delle teorie della cosiddetta “bioeconomia”, delle teorie di Roegen, del Club di Roma e del Rapporto Bruntland è il tentativo di trasformare le conseguenze delle azioni umane sull’ambiente in entità economicamente riconoscibili (ambiente quale soggetto economico, vedi ad es. la direttiva “chi inquina paga”).Il risultato probabilmente più utilizzabile ai fini delle possibilità dello sviluppo territoriale è il concetto di “capacità di carico del sistema” e cioè la necessità - a partire dalla raccolta di dati sempre più precisi sulle conseguenze ambientali delle attività umane – di individuare i limiti di presenza antropica che il territorio può sopportare e di conseguenza individuare i valori soglia dell’insediamento umano che garantiscono una chiusura equa dei cicli e la sopravvivenza dell’ecosistema.Al tema del rispetto dell’ambiente, della capacità di carico, della conservazione delle risorse non rinnovabili sono inevitabilmente collegati il tema dello sviluppo demografico, delle tecnologie di produzione industriale, delle modalità di utilizzo da parte della collettività delle fonti energetiche non rinnovabili.
Il ruolo della politica e delle istituzioni :
• Promuovere riflessioni e politiche mirate volte a rimettere al centro le questioni ambientali, in modo da diventare elementi sinergici e trasversali con gli obiettivi strategici dello sviluppo.
VALORE AGGIUNTO DAL NUOVO SOGGETTO POLITICO
Strategie di azione - suggestioni:1. Come individuare il valore aggiunto dal nuovo soggetto al panorama dello sviluppo? Quale modello decisionale ed operativo si adatta all’evoluzione ed ai mutamenti in corso operando in continuità con la grande tradizione del riformismo?2. Come unire all’alleanza politica un movimento dal basso? Effettive capacità e modelli di rappresentanza delle istanze sociali e/o locali;3. Come investire sulle risorse umane? La formazione e la diffusione delle informazioni e delle conoscenze per produrre qualità e competenza diffusa;4. Verso un nuovo modello di sviluppo: quali le cose da portare in valigia, quali le cose da abbandonare, quali le parole chiave?
Enzo Lavolta
Giulio Lambresa
Cristian Melloncelli
Etichette:
Iniziativa politica,
Partito Democratico
venerdì 16 febbraio 2007
Un partito per noi, giovani generazioni
Lettera dei giovani torinesi
Il nuovo millennio pone di fronte a noi sfide con le quali mai la sinistra italiana si è confrontata che, per essere vinte, hanno bisogno di nuove alleanze e di nuove forme di azione politica. Dobbiamo rilanciare l'idea di un governo multilaterale del mondo, valorizzando e rafforzando il ruolo delle organizzazioni internazionali, nella convinzione che il terrorismo vada combattuto con più politica e più cittadinanza e senza limitare le libertà individuali. Dobbiamo lottare dentro e fuori le istituzioni per rilanciare il processo di integrazione europea, da troppo tempo stagnante. Solo con un’U.E. politicamente forte e istituzionalmente unita possiamo “esportare” la democrazia senza un proiettile. Dobbiamo dare nuovo slancio all'Idea di Europa, che trova legittimità dall'essere nata dall'orrore delle guerre mondiali e dell'Olocausto. La fase dell'integrazione economica che vede collaborare stati prima nemici e che trova massima espressione nella moneta unica deve ora essere seguita da quella politica. L'Unione Europea deve diventare un vero e proprio soggetto politico con reale capacità di azione sulla scena interna e internazionale.Conditio sine qua non al raggiungimento di tale obiettivo è l'adozione del Trattato che Istituisce una Costituzione per l'Europa. Dobbiamo vivere il processo di globalizzazione come capace di estendere non solo il mercato, ma anche, e soprattutto, i diritti. Il capitalismo ha tuttora bisogno di regole, ma oggi il compito dei governi è quello di favorire un miglior funzionamento dei mercati e di estenderli alle economie emergenti di India Cina e Sudamerica. È in questo senso che vanno letti i processi di liberalizzazione, cioè come volti a sconfiggere l’attuale compartimentazione del mercato del lavoro e le chiusure corporative ancora largamente diffuse. La nostra generazione vive ai margini del mondo del lavoro, senza un welfare compatibile con la flessibilità e senza un sistema selezione davvero meritocratico.Essere più forti, vuol dire rappresentare meglio i lavoratori. Dobbiamo affrontare il problema ambientale a partire dalla riduzione degli sprechi e dallo sviluppo delle energie sostenibili e rinnovabili, nella consapevolezza che la riduzione delle emissioni di gas serra è un'urgenza alla quale devono far seguito azioni concrete e tempestive. “La Terra è l'unica casa che abbiamo, dobbiamo mantenere la giusta prospettiva e avere ben chiaro qual è la posta in gioco" ha sottolineato l’ex vicepresidente democratico U.S.A. Al Gore. Serve, quindi, una presa di coscienza dei rischi cui si sta andando incontro. Serve farlo ora, però! Dobbiamo promuovere lo sviluppo di nuove reti transfrontaliere in grado di ridurre i costi per lo spostamento delle persone e delle merci in modo da incrementare le opportunità di studio e di lavoro per tutti i cittadini d'Europa e del mondo.Dobbiamo rivendicare il ruolo primario del sapere all'interno della società, dai nidi fino all'università, sostenendo il ruolo prioritario dello Stato, valorizzando le autonomie decisionali territoriali e gli investimenti, i quali devono coprire i costi del diritto allo studio e soddisfare i bisogni primari della Ricerca scientifica italiana. Dobbiamo costruire una nuova stagione della democrazia in Italia. Una democrazia economica fondata sulla trasparenza dei mercati, sulla tutela dei consumatori, sul rispetto della concorrenza, sul dialogo sociale e su un modello industriale che promuova la partecipazione dei lavoratori nell'impresa e nell'economia, come avviene in Germania, dove la promozione dello sviluppo economico sostenibile si accompagni sempre alla coesione sociale. Dobbiamo tenere ben saldi i principi che fondano il modello sociale europeo, garantendo una vera uguaglianza delle opportunità a tutti: l'invecchiamento della popolazione è foriero di gravi squilibri contro i quali bisogna intervenire ora. Il diritto ad una pensione equa e decente riguarda i pensionati di oggi, ma anche quelli di domani. Noi giovani dobbiamo esserne consapevoli e protagonisti. Dobbiamo affermare un nuovo concetto di cittadinanza e democrazia, basata sulla piena applicazione dei diritti costituzionali - il lavoro in primo luogo - sul riconoscimento dei diritti di cittadinanza, sull'universalità del welfare e dei suoi servizi, sull'inclusione e la costruzione di forti relazioni sociali. Dobbiamo fomentare le diversità e includere le minoranze in questa nuova idea di democrazia, includere è il modo per spingere alla partecipazione, per fare sentire ognuno parte di un tutto. Se non vinciamo questa sfida non riusciremo a creare una società capace di integrare positivamente i nuovi cittadini d'Europa. Questa stessa idea di partecipazione deve essere la colonna portante del partito nuovo, di una nuova politica. Se i processi decisionali passano dalle segreterie agli iscritti e dagli iscritti ai cittadini, se a rappresentare i cittadini sono coloro che dai cittadini sono scelti, se viene posto un limite temporale ai mandati, allora si realizza lo stacco generazionale e l'innovazione della politica di cui l'Italia sente il bisogno. Questa nuova forma di organizzazione, più propensa all'ascolto, più diffusa, può aprire a una politica giovane. Una politica giovane, non si occupa solo di lasciare spazio ai giovani nei partiti, ma di dare loro la possibilità di contare come chiunque altro. Una politica giovane permette anche di dare nuova energia ai processi politici. Una nuova visione della politica, che porti a ridiscutere i riti e le posizioni ideologiche dei partiti del 900, è necessaria, ma se sola, non è sufficiente a spiegare e sostenere una svolta così importante. Il Partito Democratico sarà un partito laico, di donne e di uomini, rispettoso della parità di genere, della tutela dell'identità di ogni persona, dell'orientamento sessuale e delle scelte di vita di ciascuno. Un partito di diritti civili, che riconosce uguale valore a fedi e culture diverse. Un partito capace di trattare i temi etici senza pretendere di avere la verità in tasca, guardando ai problemi per quello sono e non attraverso la lente dell'ideologia. La particolarità del nostro contesto politico nazionale, fa del nascente Partito Democratico quella forza capace di creare un nuovo orizzonte europeo. L'orizzonte comune dei riformismi può affrontare i nostri "dobbiamo" con più forza e determinazione perché è un orizzonte in cui cambia la definizione di ciò che è altro. Un orizzonte in cui chi ha percorso strade diverse trova la forza di scriverne insieme nuove perché si riconosce in un progetto politico di più ampio respiro. Chi si riconosce in queste nuove sfide, a prescindere dalle divisioni del '900, deve assumersi la responsabilità di costruire quel soggetto riformista capace di guidare l'Italia nell'Europa del Terzo millennio. Ci dicono di essere troppo ambiziosi, di guardare troppo in là. Ne siamo francamente orgogliosi. Vogliamo un partito che sia anche di chi non è mai stato iscritto al PCI, di chi non è mai iscritto al PSI, di chi non è mai stato iscritto alla DC.Rinnovare la politica è rinnovare la società, per questo crediamo in unpartito nuovo.Un partito per noi, giovani generazioni!
Federico Viano, 22 anni, Direttivo Unione DS Druento
Matteo Mereu, 25 anni, direttivo Unione DS San Paolo
Fedra Negri, 20 anni, direttivo Unione DS Nizza-Lingotto
Francesco Piazzolla, 23 anni, Studente
Emanuele Durante, 29 anni, Segretario Unione DS Vanchiglia
Enzo Frammartino, 28 anni, Segretario Unione DS Santa Rita-Mirafiori Nord
Fabio Lamon, 21 anni, Studente
Matteo Francavilla,28 anni, Presidente Commissione Lavoro Consiglio Provinciale di Torino
Malvina Brandajs, 26 anni, Consigliere DS Circoscrizione 1 Torino
Ermanno Torre, 25 anni, direttivo Unione DS Santa Rita-Mirafiori Nord
Santo La Ferlita, 25 anni, Studente
Luca Mastromauro, 25 anni, Consigliere DS Circoscrizione 7 Torino
Cristina Bulgarelli, 32 anni, Direzione Provinciale DS Torino
Giulia Allegra Villani, 24 anni, direttivo Unione DS San Paolo
Enzo Lavolta, 28 anni, Consigliere DS Consiglio Comunale di Torino
Silvia Fregolent, 35 anni, Segretario DS Unione Nizza-Lingotto
Annalisa Ramasso, 29 anni, psicologa
Michele Crispo, 28 anni, analista e sviluppatore software
Il nuovo millennio pone di fronte a noi sfide con le quali mai la sinistra italiana si è confrontata che, per essere vinte, hanno bisogno di nuove alleanze e di nuove forme di azione politica. Dobbiamo rilanciare l'idea di un governo multilaterale del mondo, valorizzando e rafforzando il ruolo delle organizzazioni internazionali, nella convinzione che il terrorismo vada combattuto con più politica e più cittadinanza e senza limitare le libertà individuali. Dobbiamo lottare dentro e fuori le istituzioni per rilanciare il processo di integrazione europea, da troppo tempo stagnante. Solo con un’U.E. politicamente forte e istituzionalmente unita possiamo “esportare” la democrazia senza un proiettile. Dobbiamo dare nuovo slancio all'Idea di Europa, che trova legittimità dall'essere nata dall'orrore delle guerre mondiali e dell'Olocausto. La fase dell'integrazione economica che vede collaborare stati prima nemici e che trova massima espressione nella moneta unica deve ora essere seguita da quella politica. L'Unione Europea deve diventare un vero e proprio soggetto politico con reale capacità di azione sulla scena interna e internazionale.Conditio sine qua non al raggiungimento di tale obiettivo è l'adozione del Trattato che Istituisce una Costituzione per l'Europa. Dobbiamo vivere il processo di globalizzazione come capace di estendere non solo il mercato, ma anche, e soprattutto, i diritti. Il capitalismo ha tuttora bisogno di regole, ma oggi il compito dei governi è quello di favorire un miglior funzionamento dei mercati e di estenderli alle economie emergenti di India Cina e Sudamerica. È in questo senso che vanno letti i processi di liberalizzazione, cioè come volti a sconfiggere l’attuale compartimentazione del mercato del lavoro e le chiusure corporative ancora largamente diffuse. La nostra generazione vive ai margini del mondo del lavoro, senza un welfare compatibile con la flessibilità e senza un sistema selezione davvero meritocratico.Essere più forti, vuol dire rappresentare meglio i lavoratori. Dobbiamo affrontare il problema ambientale a partire dalla riduzione degli sprechi e dallo sviluppo delle energie sostenibili e rinnovabili, nella consapevolezza che la riduzione delle emissioni di gas serra è un'urgenza alla quale devono far seguito azioni concrete e tempestive. “La Terra è l'unica casa che abbiamo, dobbiamo mantenere la giusta prospettiva e avere ben chiaro qual è la posta in gioco" ha sottolineato l’ex vicepresidente democratico U.S.A. Al Gore. Serve, quindi, una presa di coscienza dei rischi cui si sta andando incontro. Serve farlo ora, però! Dobbiamo promuovere lo sviluppo di nuove reti transfrontaliere in grado di ridurre i costi per lo spostamento delle persone e delle merci in modo da incrementare le opportunità di studio e di lavoro per tutti i cittadini d'Europa e del mondo.Dobbiamo rivendicare il ruolo primario del sapere all'interno della società, dai nidi fino all'università, sostenendo il ruolo prioritario dello Stato, valorizzando le autonomie decisionali territoriali e gli investimenti, i quali devono coprire i costi del diritto allo studio e soddisfare i bisogni primari della Ricerca scientifica italiana. Dobbiamo costruire una nuova stagione della democrazia in Italia. Una democrazia economica fondata sulla trasparenza dei mercati, sulla tutela dei consumatori, sul rispetto della concorrenza, sul dialogo sociale e su un modello industriale che promuova la partecipazione dei lavoratori nell'impresa e nell'economia, come avviene in Germania, dove la promozione dello sviluppo economico sostenibile si accompagni sempre alla coesione sociale. Dobbiamo tenere ben saldi i principi che fondano il modello sociale europeo, garantendo una vera uguaglianza delle opportunità a tutti: l'invecchiamento della popolazione è foriero di gravi squilibri contro i quali bisogna intervenire ora. Il diritto ad una pensione equa e decente riguarda i pensionati di oggi, ma anche quelli di domani. Noi giovani dobbiamo esserne consapevoli e protagonisti. Dobbiamo affermare un nuovo concetto di cittadinanza e democrazia, basata sulla piena applicazione dei diritti costituzionali - il lavoro in primo luogo - sul riconoscimento dei diritti di cittadinanza, sull'universalità del welfare e dei suoi servizi, sull'inclusione e la costruzione di forti relazioni sociali. Dobbiamo fomentare le diversità e includere le minoranze in questa nuova idea di democrazia, includere è il modo per spingere alla partecipazione, per fare sentire ognuno parte di un tutto. Se non vinciamo questa sfida non riusciremo a creare una società capace di integrare positivamente i nuovi cittadini d'Europa. Questa stessa idea di partecipazione deve essere la colonna portante del partito nuovo, di una nuova politica. Se i processi decisionali passano dalle segreterie agli iscritti e dagli iscritti ai cittadini, se a rappresentare i cittadini sono coloro che dai cittadini sono scelti, se viene posto un limite temporale ai mandati, allora si realizza lo stacco generazionale e l'innovazione della politica di cui l'Italia sente il bisogno. Questa nuova forma di organizzazione, più propensa all'ascolto, più diffusa, può aprire a una politica giovane. Una politica giovane, non si occupa solo di lasciare spazio ai giovani nei partiti, ma di dare loro la possibilità di contare come chiunque altro. Una politica giovane permette anche di dare nuova energia ai processi politici. Una nuova visione della politica, che porti a ridiscutere i riti e le posizioni ideologiche dei partiti del 900, è necessaria, ma se sola, non è sufficiente a spiegare e sostenere una svolta così importante. Il Partito Democratico sarà un partito laico, di donne e di uomini, rispettoso della parità di genere, della tutela dell'identità di ogni persona, dell'orientamento sessuale e delle scelte di vita di ciascuno. Un partito di diritti civili, che riconosce uguale valore a fedi e culture diverse. Un partito capace di trattare i temi etici senza pretendere di avere la verità in tasca, guardando ai problemi per quello sono e non attraverso la lente dell'ideologia. La particolarità del nostro contesto politico nazionale, fa del nascente Partito Democratico quella forza capace di creare un nuovo orizzonte europeo. L'orizzonte comune dei riformismi può affrontare i nostri "dobbiamo" con più forza e determinazione perché è un orizzonte in cui cambia la definizione di ciò che è altro. Un orizzonte in cui chi ha percorso strade diverse trova la forza di scriverne insieme nuove perché si riconosce in un progetto politico di più ampio respiro. Chi si riconosce in queste nuove sfide, a prescindere dalle divisioni del '900, deve assumersi la responsabilità di costruire quel soggetto riformista capace di guidare l'Italia nell'Europa del Terzo millennio. Ci dicono di essere troppo ambiziosi, di guardare troppo in là. Ne siamo francamente orgogliosi. Vogliamo un partito che sia anche di chi non è mai stato iscritto al PCI, di chi non è mai iscritto al PSI, di chi non è mai stato iscritto alla DC.Rinnovare la politica è rinnovare la società, per questo crediamo in unpartito nuovo.Un partito per noi, giovani generazioni!
Federico Viano, 22 anni, Direttivo Unione DS Druento
Matteo Mereu, 25 anni, direttivo Unione DS San Paolo
Fedra Negri, 20 anni, direttivo Unione DS Nizza-Lingotto
Francesco Piazzolla, 23 anni, Studente
Emanuele Durante, 29 anni, Segretario Unione DS Vanchiglia
Enzo Frammartino, 28 anni, Segretario Unione DS Santa Rita-Mirafiori Nord
Fabio Lamon, 21 anni, Studente
Matteo Francavilla,28 anni, Presidente Commissione Lavoro Consiglio Provinciale di Torino
Malvina Brandajs, 26 anni, Consigliere DS Circoscrizione 1 Torino
Ermanno Torre, 25 anni, direttivo Unione DS Santa Rita-Mirafiori Nord
Santo La Ferlita, 25 anni, Studente
Luca Mastromauro, 25 anni, Consigliere DS Circoscrizione 7 Torino
Cristina Bulgarelli, 32 anni, Direzione Provinciale DS Torino
Giulia Allegra Villani, 24 anni, direttivo Unione DS San Paolo
Enzo Lavolta, 28 anni, Consigliere DS Consiglio Comunale di Torino
Silvia Fregolent, 35 anni, Segretario DS Unione Nizza-Lingotto
Annalisa Ramasso, 29 anni, psicologa
Michele Crispo, 28 anni, analista e sviluppatore software
lunedì 29 gennaio 2007
Lettera all'Assessore al Commercio

Dopo l'articolo di oggi su "LA STAMPA" è il minimo che potessi fare........
Caro Assessore,
nell’ottobre scorso, in una mia interpellanza dal titolo tutt’altro che ironico “Cui Prodest”? Ti richiedevo alcuni dati circa la sperimentazione delle deroghe alla disciplina degli orari degli esercizi commerciali nelle le aree a prevalente o rilevante economia turistica nel periodo dal 1° giugno al 30 ottobre 2006.
L’interpellanza oltre a denunciare una mancanza di corrispondenza tra la possibilità di aprire anche in giornate e orari straordinari e l’effettivo utilizzo di tale opportunità da parte dei negozianti, poneva più in generale l’interrogativo su quali fossero gli elementi utili per continuare a concedere deroghe in vista dell’allora imminente momento sportivo delle Universiadi.
La Tua risposta faceva intendere una “non significativa” partecipazione dei commercianti che, seppur stimolati da concorsi e viaggi a premio, se non in minima parte, non rispondevano con entusiasmo alle opportunità offerte dall’Amministrazione e rilanciava circa la necessità di procedere con lo strumento delle deroghe perché utile alla vocazione turistica della nostra Città.
Apprendo da “La Stampa” di oggi lunedì 29 gennaio, che i negozianti non solo non considerano utile beneficiare dell’opportunità di aprire in occasione di manifestazioni ( la notte bianca delle universiadi e le deroghe del 21 e 28 gennaio) che ha coinvolto decine di migliaia di torinesi e non, ma lamentano anche una scarso coinvolgimento da parte dell’Amministrazione.
La presente non vuole in nessun caso avere il sapore di un inutile “Te l’avevo detto”, spera piuttosto di stimolare un serio dibattito, sulla necessità di concedere ulteriori deroghe alle deroghe, sull’effettiva volontà dei commercianti torinesi di partecipare allo sviluppo economico del nostro territorio, sulla definizione puntuale dei tempi e degli orari della Città e più in generale sulla necessità di adottare serie politiche commerciali di concerto con le Associazioni tutte anche a fronte delle esperienze pregresse.
Sicuro della Tua disponibilità e naturalmente della Tua propensione al confronto,colgo l’occasione per porgerTi i miei saluti.
Enzo Lavolta
Vice-presidente commissione Commercio
Caro Assessore,
nell’ottobre scorso, in una mia interpellanza dal titolo tutt’altro che ironico “Cui Prodest”? Ti richiedevo alcuni dati circa la sperimentazione delle deroghe alla disciplina degli orari degli esercizi commerciali nelle le aree a prevalente o rilevante economia turistica nel periodo dal 1° giugno al 30 ottobre 2006.
L’interpellanza oltre a denunciare una mancanza di corrispondenza tra la possibilità di aprire anche in giornate e orari straordinari e l’effettivo utilizzo di tale opportunità da parte dei negozianti, poneva più in generale l’interrogativo su quali fossero gli elementi utili per continuare a concedere deroghe in vista dell’allora imminente momento sportivo delle Universiadi.
La Tua risposta faceva intendere una “non significativa” partecipazione dei commercianti che, seppur stimolati da concorsi e viaggi a premio, se non in minima parte, non rispondevano con entusiasmo alle opportunità offerte dall’Amministrazione e rilanciava circa la necessità di procedere con lo strumento delle deroghe perché utile alla vocazione turistica della nostra Città.
Apprendo da “La Stampa” di oggi lunedì 29 gennaio, che i negozianti non solo non considerano utile beneficiare dell’opportunità di aprire in occasione di manifestazioni ( la notte bianca delle universiadi e le deroghe del 21 e 28 gennaio) che ha coinvolto decine di migliaia di torinesi e non, ma lamentano anche una scarso coinvolgimento da parte dell’Amministrazione.
La presente non vuole in nessun caso avere il sapore di un inutile “Te l’avevo detto”, spera piuttosto di stimolare un serio dibattito, sulla necessità di concedere ulteriori deroghe alle deroghe, sull’effettiva volontà dei commercianti torinesi di partecipare allo sviluppo economico del nostro territorio, sulla definizione puntuale dei tempi e degli orari della Città e più in generale sulla necessità di adottare serie politiche commerciali di concerto con le Associazioni tutte anche a fronte delle esperienze pregresse.
Sicuro della Tua disponibilità e naturalmente della Tua propensione al confronto,colgo l’occasione per porgerTi i miei saluti.
Enzo Lavolta
Vice-presidente commissione Commercio
lunedì 11 dicembre 2006
BIBLIOTECA IN IV CIRCOSCRIZIONE
Questa sera il Consiglio comunale ha approvato una mozione di cui sono primo firmatario che impegna il sindaco e la Giunta a considerare prioritaria la realizzazione della nuova Biblioteca civica di via Carrera 58 (IV Circoscrizione), ripristinando l’impegno di spesa sull’anno 2007 nell’atto di Bilancio che la Giunta comunale sottoporrà all’esame del Consiglio comunale e delle Circoscrizioni.La Biblioteca avrà spazi tali da consentire le attività culturali e ricreative , con sala conferenze, sale espositive e relativi servizi;le attività di quartiere dedicate alla terza età, con sale giochi e di intrattenimento.Al piano terra ci saranno i locali dedicati per i servizi sociali, dove le persone in “difficoltà”potranno trovare aiuto per le problematiche quotidiane.La spesa per la realizzazione dell’edificio pubblico sarà di Euro 12.300.000.
Iscriviti a:
Post (Atom)