martedì 31 agosto 2010
ORGANIZZIAMO SUBITO LE PRIMARIE
E' bene rispondere con un atto di chiarezza e trasparenza come siamo abituati a fare.
Le numerose interviste di questi giorni, i diversi nomi “lanciati” nel mucchio non aiutano a comprendere la nostra visione di Torino, lasciano piuttosto trasparire la rincorsa di alcuni sugli altri.
Si avvii il processo virtuoso delle primarie senza timori. Si misurino democraticamente quanti generosamente si rendono disponibili a concorrere al buon governo della Città.
La priorità assoluta per Torino è la costruzione di un cantiere democratico che sappia capitalizzare quanto di buono si è realizzato e soprattutto definisca ciò che si vuole fare e questo si fa partendo dalle primarie.
Sarà una competizione interessante e sono certo utile ad aprire un dialogo con i soggetti sociali della Città che meritano per il contributo dato fino ad oggi un riconoscimento pieno a partire dalla condivisione di idee.
E' bene che il partito provinciale fissi immediatamente la data delle primarie.
martedì 16 febbraio 2010
DOCUMENTO SOTTOSCRITTO DA PD E PDL PIEMONTESI Un patto bipartisan dei parlamentari ''Mamma Rai non toccare la tv dei bimbi''
Preoccupati i sindacalisti di base della Rai di Torino, hanno assistito alla conferenza stampa in silenzio, poi alcuni hanno commentato amaramente: «E' bene che le forze politiche si presentino unite - ha affermato Eros Temponi, delle Rsu di via Cernaia -, speriamo, perche' promesse ne abbiamo gia' sentite». «E' necessario attivarsi per difendere le residue trasmissioni prodotte a Torino - ha osservato Marco Berti, delle Rsu -, ma tutte le attivita' della Rai vanno sostenute: dal centro ricerche a quello amministrativo e finanziario: oltre i posti di lavoro c'e' un'economia da salvaguardare sul territorio, specie di fronte alla crisi che incide pesantemente sull'industria».
martedì 9 febbraio 2010
Il Pd propone un patto trasversale per salvare il centro produzioni Rai
UN PATTO trasversale per salvare la Rai di Torino, da far sottoscrivere lunedì prossimo ai parlamentari piemontesi di tutti i partiti e agli amministratori locali. La proposta arriva dal Pd e a sostenerla sono i deputati Giorgio Merlo e Stefano Esposito, messi in allarme dall' intenzione della tivù di stato di mandare "in esilio" sul satellite alcuni programmi per ragazzi che oggi sono trasmessi da Raitre e che costituiscono il fiore all' occhiello del centro produzione di via Verdi. Spiega Merlo: «Sappiamo che da anni è in atto un disimpegno costante e inarrestabile della Rai da Torino. Nell' ultimo ventennio il personale della produzione è passato da 900 a 500 dipendenti, quello degli uffici amministrativi di via Cernaia da 1.200 a 500 e quello del centro ricerche di corso Giambone da 140 a 70. Il tutto senza una crisi aziendale da affrontare, ma semplicemente per uno spostamento progressivo delle attività a Roma» . Ora il timore è che alcune risorse vengano trasferite nella sede che viale Mazzini creerà a Rho in occasione dell' Expo milanese: «Sappiamo - dice Esposito - che buona parte degli investimenti futuri dell' azienda saranno catalizzati lì. Rischiamo di perdere le eccellenze e il know how maturato a Torino in tutti questi anni» . Preoccupazioni anche per l' orchestra, in odore di tagli, e per il centro ricerche, che, denuncia Enzo Lavolta, presidente della commissione lavoro in Comune, corre il rischio di essere esternalizzato. E' dei giorni scorsi, infine, la decisione della Rai di mandare su satellite due produzioni torinesi: Melevisionee di Trebisonda, i programmi per ragazzi che vengono realizzati dal Centro di produzione Rai di Torino. A partire dall' autunno prossimo scompariranno da Raitre per traslocare sul satellite. Per i sindacati si tratta di un altro campanello d' allarme: si temono riduzioni sia di budget che di personale: alle due trasmissioni lavorano oltre cinquanta dipendenti più un indotto di attori, tecnici e manovali. La decisione è il frutto di una nuova strategia aziendale. Entro la fine del 2010 tutta Italia avrà il digitale terrestre, quindi servirà maggiore impegno per i canali tematici. Viale Mazzini si riorganizzerà distribuendo le attività così: lo sport al centro di produzione di Milano, la cultura a Napoli, la tivù dei ragazzi a Torino. Quindi all' ombra della mole Mole sbarcheranno due interi canali, RaiGulp e Raisat Yoyo. Una buona notizia per il capoluogo piemontese, un probabile boomerang secondo i sindacati. © RIPRODUZIONE RISERVATA - (ste.p.)
venerdì 14 novembre 2008
Riflessioni su Motorola e Torino

L’abbandono improvviso di Motorola , dal centro ricerche e sviluppo di Torino, ci impone almeno due ordini di riflessioni: innanzi tutto il mantenimento sul territorio e la valorizzazione del know-how dei 370 lavoratori, in secondo luogo il significativo apporto di risorse pubbliche che ha caratterizzato la presenza di Motorola nella nostra città.
L'abilità di raggiungere la leadership di mercato per il secondo produttore di cellulari al mondo, tanto declamata dall’azienda in questi anni, ha trovato fondamenta nelle eccezionali proprietà e capacità intellettuali delle risorse umane che ha avuto a disposizione. E’ inaccettabile che, in un Paese che dibatte con forza sulla necessità di destinare giustamente risorse utili alla ricerca, laddove questa si concretizza - come a Torino con il Politecnico - si producano eccellenze che oggi vengono mortificate dalle scelte commerciali sbagliate del management dell’azienda americana.
In questi anni Motorola oltre a beneficiare delle alte professionalità nate in seno al Politecnico di Torino, non ha pagato l’affitto di una struttura di migliaia di metri quadrati, ha condizionato l’I3P, (l’incubatore nato per generare nuova imprenditoria “knowledge based” ), sedendo nel suo consiglio di amministrazione ed ha infine trovato nel Comune di Torino un acquirente di prodotti tecnologici per centinaia di migliaia di euro.
In questa vicenda vengono evidentemente a galla tutte le contraddizioni e le ambiguità proprie del vano tentativo di coniugare contemporaneamente liberismo e sostegno pubblico. Chi otto anni fa, ha colto nell’arrivo di Motorola a Torino una opportunità di sviluppo ha fatto il suo mestiere. Chi ha forzato perché avvenisse a tutti i costi ha peccato di eccessivo entusiasmo e di scarsa lungimiranza.
Oggi, a differenza del 2000, la politica torinese ha l’opportunità di dare fiducia direttamente ai lavoratori offrendo loro strumenti utili a creare imprese che da questo territorio, con le sinergie già in atto tra istituzioni ed Università, capitalizzino gli investimenti realizzati. L’alternativa errata sarebbe l’affannosa ricerca di grandi investitori ai quali dover assicurare chissà quali altre garanzie.
Non penso che le soluzioni. che necessariamente devono nascere in seno alla politica, possano limitarsi ad adire per vie legali anche perché Motorola, per quanto possa essere doloroso ammetterlo, ha rispettato il suo contratto.
Penso che la politica abbia come principale obiettivo quello di immaginare il futuro, il migliore possibile e lavorare perché si realizzi e credo che debba fare tesoro delle esperienze passate, soprattutto se queste sono severe lezioni, utili per le scelte future.
venerdì 16 maggio 2008
Documento approvato dall'Assemblea Regionale del PD del 10 maggio
La sconfitta elettorale del 13 e 14 aprile ha messo in evidenza i limiti del PD nel costruire un legame con i pensieri profondi della società italiana, di interpretarne la paure ed i desideri, di parlare alla pancia ed al cuore delle persone fallendo in questa occasione l’obiettivo di insediare un forza riformista capace di andare significativamente oltre la somma dei voti di Ds e Margherita.
La scomparsa della Sinistra Arcobaleno dal Parlamento è certamente frutto di ragioni profonde e strutturali dovute all’incapacità di cogliere le trasformazioni della società e rischia di avere conseguenze politiche che possono rendere più complessa la valorizzazione della natura prospettica del PD come partito di governo.
Il risultato piemontese ha messo in evidenza la forte accentuazione della tradizionale bipolarizzazione della Regione confermando quel fenomeno di isolamento territoriale del PD tra la Provincia di Torino e le altre province. Questo dato costituisce un forte motivo di preoccupazione in vista dei prossimi appuntamenti elettorali del 2009 e del 2010 ed obbliga ad avviare quanto prima, a tutti i livelli, le azioni politiche ed amministrative necessarie. In quest’ottica, tutti dobbiamo sentirci coinvolti e responsabili. Anche nelle scelte del Partito, ivi compresa la formazione delle liste e la selezione dei gruppi dirigenti, è indispensabile riprendere il filo del dialogo tra i territori piemontesi e le loro specificità.
Occorre uscire al più presto da questa situazione di stallo e reagire alla battuta di arresto nel processo di costruzione del PD ma per farlo non possiamo essere indulgenti nell’analisi. Il PD ha ottenuto un risultato ragguardevole ma inferiore alle aspettative e necessita di una nuova strategia di alleanze, anche per colmare la debolezza strutturale in tutte le regioni del Nord e nelle province piemontesi.
È evidente la necessità di un generale ripensamento del modello organizzativo nazionale che superi la personalizzazione e apra il gruppo dirigente ad un vero rinnovamento evitando i limiti manifestati nelle scelte dei vertici dei gruppi e delle istituzioni parlamentari, attuando le precise indicazioni dello Statuto. Anche per questi motivi il PD piemontese deve sentirsi impegnato sin d’ora ad elaborare proposte politiche di carattere nazionale e a promuovere la graduale formazione di una nuova classe dirigente nazionale.
Occorre che il PD del Piemonte avvii una nuova fase in cui tutti debbono essere chiamati a dare il loro contributo, indipendentemente dalla collocazione assunta il 14 ottobre anche attraverso il superamento del metodo obbligato con il quale abbiamo costruito gli organismi dirigenti regionali.
È necessario riprendere in mano quanto prima il tema del profilo politico e culturale del PD riportando al centro il tema dell’autonomia e della dimensione federale del Partito rispetto alle logiche centralistiche nazionali. In questo senso un passaggio fondamentale sarà rappresentato dalla discussione che faremo in merito al nostro Statuto. Se da un lato è necessario riprendere quanto prima una politica dei redditi rivolta soprattutto ai ceti medio-bassi, con grande determinazione dobbiamo recuperare la dimensione del rapporto costante ed attento con la piccola e media impresa e con il mondo del lavoro autonomo e fornire risposte credibili alla domanda generale di sicurezza e di fermezza che proviene dal nostro territorio.
Delicato è il ruolo delle aree politico-culturali all’interno del Partito che devono rappresentare sempre e solo strumenti di proposta e dibattito politico all’interno degli organi del Partito evitando semplici riproposizioni di riferimenti e identità ideologiche smarrite o appannate che sono il nostro punto di partenza ma che non devono appesantire il cammino riformatore del Partito. Il PD è nato per guardare avanti e non indietro, al di fuori della logica degli ex e delle loro contrapposizioni in cui deve evitare di avvitarsi se punta ad essere interprete di quella modernità dell’azione politica che ne costituisce l’essenza e la stessa ragione fondativa.
Elemento fondamentale dell’azione di rilancio del Partito è poi il lavoro che ci attende per consolidare il suo radicamento sul territorio piemontese attraverso l’azione dei circoli, il lancio dell’iniziativa politica dei forum tematici e l’imminente tesseramento. Il tema della vocazione maggioritaria del PD non è in alcun modo contrapposto all’esigenza fondamentale di ricostruire una strategia di alleanze attraverso un dialogo rispettoso delle differenze e capace di valorizzare tutti gli attori, secondo le migliori tradizioni della politica di coalizione che ha lungamente caratterizzato i rapporti tra i partiti nel nostro paese e nella nostra regione riprendendo il suo ruolo di centro di aggregazione e di garanzia di tutte le forze riformiste.
Il PD guarda con interesse alla ricostruzione di una forza alla sua sinistra che dia sbocco politico ad un’area sociale significativa ponendosi altresì come obiettivo il consolidamento del voto ricevuto da una parte dell’elettorato della Sinistra Arcobaleno. Tuttavia la sua sfida attuale più importante si gioca al recupero di una fascia di elettorato che vuole coniugare in modo virtuoso politiche di efficienza e politiche di solidarietà. In tal senso l’Italia dei Valori, i Moderati e l’UDC sono interlocutori con cui avviare sin da subito ed in vista dei prossimi appuntamenti elettorali un intenso confronto programmatico nell’approfondimento dei temi di merito e nella individuazione della possibilità di un percorso comune. Naturalmente non tutto è riconducibile alla logica delle alleanze politiche. Il PD deve avviare una strategia di alleanze sociali capace di ricostruire un rapporto con la variegata società piemontese e anche con quel mondo rappresentato da liste civiche e soggetti politici locali che saranno fondamentali nella creazione delle condizioni necessarie a consolidare la prospettiva di vittoria delle prossime competizioni elettorali.
martedì 31 luglio 2007
RINNOVAMENTO, EQUITA’, RIFORME
Contributo di idee per il Piemonte e per l’Italia
Il 14 ottobre si avvierà la costruzione del Partito Democratico. Il nuovo soggetto è una formidabile occasione di innovazione politica e di modernizzazione della società italiana che dovrà avere anche il compito di promuovere una nuova classe dirigente.
Il processo costituente avrà l’impegnativo compito di unire le forze del riformismo italiano di ispirazione socialista, cattolico-democratica, liberaldemocratica e ambientalista.
Ma secondo noi avrà anche un importante impegno: far incontrare, amalgamare e allargare classi dirigenti amministrative che in questi anni hanno collaborato ma che oggi devono essere, pur nelle utilissime differenze, un corpo unico al servizio del Paese.
Un partito con un'anima, questo è un primo tratto distintivo. Ovvero un partito con la testa, con il cuore ma anche con un'anima in grado di far parlare il sentimento di tanti uomini e donne nelle scelte dei prossimi anni; popolare perché lo pensiamo come un partito con tante persone, fatto di linguaggi semplici, in grado di portare tanta gente a fare politica.
Tra coloro che sottoscrivono questo documento ci sono persone che hanno creduto da subito e senza dubbi al progetto del Partito Democratico, altri che hanno segnalato alcuni limiti politici, altri ancora che hanno condotto una battaglia perché si scegliesse un’altra strada.
Oggi c’è un fatto nuovo. La candidatura di Veltroni che ha avuto il grande merito e coraggio di candidarsi al ruolo di Segretario Nazionale in un quadro che certo non si può definire semplice. Questa candidatura può rappresentare davvero l’innovazione che tutti si attendono dal nuovo partito. La parola sinistra non deve essere lasciata incustodita, deve essere riempita di cose nuove. Dobbiamo costruire un partito del lavoro e della cittadinanza. Il Partito Democratico può dare voce e offrire risposte di governo a quella vasta parte della società italiana che vuole affrontare le sfide della modernità e della globalizzazione senza rinunciare ai valori fondanti del riformismo sociale: l’aspirazione all’equità, la libertà e la giustizia per le donne e per gli uomini. Di fronte ai temi della legalità e della sicurezza, della salute, dell’istruzione non ci può essere né povero né ricco. Senza riforme radicali si rischia di mettere a repentaglio quelle conquiste che si vorrebbero difendere, corrose da inefficienze, burocrazie, corporativismi.
Sbloccare l'Italia. L’Italia bloccata è quella della mancata mobilità sociale ormai interrotta da tempo, del mancato ricambio in politica di idee e di uomini, delle decisioni non prese e rimandate, delle opere necessarie ma non fatte, della finanza a scapito dell'impresa.
Chi ha una famiglia cerca di arrivare a fine mese, chi è ricercatore emigra all'estero, chi è dipendente è sottoposto a sacrifici enormi per permettere ad un figlio di accedere ad una istruzione superiore.
Non c’è settore dell’economia, delle professioni, dell’università, dei mestieri che non sia attraversato da corporativismi. Vanno sbloccati ingranaggi fermi da troppo tempo e garantire dinamismo nei percorsi di vita, di lavoro, di attività economica e sociale.
Abbattere i costi del “non fare”. Da troppo tempo si discute profondamente nel nostro Paese nel merito tecnico di opere e riforme rilevanti. La Tav, la riforma delle pensioni ma anche l'emergenza climatica sono temi rilevanti. Noi non possiamo più accettare logiche di breve periodo. Per questo occorre che prepotentemente nella discussione si cominci anche a parlare di quanto costa “non fare”. I costi del non fare sono enormi. Vi è invece la necessità di dare alla politica tempi decisionali certi e veloci.
Il PD tra lavoro e impresa. Ridare senso alla centralità e alla valorizzazione del lavoro è un obiettivo essenziale per un partito riformista come il Partito Democratico. Lo distingue chiaramente dai partiti di destra. Meno evidente è invece la differenza da una sinistra spesso così tradizionale da risultare conservatrice. Un Partito democratico non convinto della centralità del lavoro e poco capace di riformare le politiche del lavoro perderebbe un pezzo essenziale del suo riformismo.
Occorre vincere le resistenze alle riforme progettate, presenti anche al nostro interno, ed evidenti nella faticosa azione di governo e parlamentare. La retorica operaista mostra la corda di fronte ai problemi crescenti del precariato e di quel blocco sociale che individua i lavoratori della conoscenza. Questo non significa che assistiamo alla fine del lavoro come lo abbiamo finora conosciuto. Oggi c’è tuttavia la necessità di confrontarsi con gli effetti della globalizzazione sulle società più lente ad adattarsi a questa nuova realtà. Per realizzare questo obiettivo si punta perciò sulla società della conoscenza, dove i saperi e l’innovazione sono i motori del cambiamento anche delle attività lavorative. Il Partito Democratico dovrà porsi come interprete del rinnovato rapporto tra lavoro e impresa, dialogando con l’imprenditore senza timori di subalternità, coniugando lo sviluppo con la crescita delle pensioni, delle garanzie, dei salari.
L'impulso creativo è oggi libero di svilupparsi in forme finora sconosciute. Le società avanzate si basano sull'economia dell'informazione e della conoscenza nelle quali è la creatività a generare il vantaggio competitivo. Dove ci sono i creativi c'è ricchezza, occupazione, qualità della vita. Scienziati, musicisti, architetti, designer, esperti della comunicazione oggi vengono riuniti nella “nuova classe creativa”. Il PD, libero da ogni tipo di diffidenza verso queste nuove professioni, dovrà garantire che i creativi siano liberi di esprimersi senza conformazioni. Il creativo vive come oppressione tutto ciò che è appiattimento professionale .
Ridare ricchezza all'Italia. Vogliamo che il PD sia il partito che rappresenta chi oggi produce ricchezza per il nostro paese. Quando diciamo ciò non pensiamo di rappresentare solo alcune categorie sociali (imprenditori e dipendenti). Vogliamo piuttosto rappresentare quel sentimento che mette al centro la produttività e la produzione di ricchezza e valore materiale e culturale per il nostro Paese. Parliamo di migliaia di imprenditori, di commercianti, di professionisti, di artigiani, di dipendenti del settore privato, di dipendenti pubblici che si battono ogni giorno per un obiettivo generale: permettere al paese di rialzare la testa, di affermarsi, di riprendere competitività e valore nella considerazione internazionale.
Ritrovarsi tutti in un’Italia cambiata. Gli italiani del Nord si trovano davanti al problema della sclerosi dello Stato che incide sul dinamismo economico-sociale di queste aree. Gli italiani del Sud soffrono per la mancanza di diritti di cittadinanza e servizi essenziali. E’ tempo di ritrovare una nuova cultura dell’unità del paese. Tutto questo non può avvenire se le energie del nord si sentono poco rappresentate e fuori da una missione nazionale. Occorre una rappresentanza politica capace di aderire positivamente alle specificità del territorio, in modo soprattutto da valorizzarne le componenti dinamiche, quelle più in grado di contribuire allo sviluppo del nostro sistema nazionale: quelli che hanno retto la sfida della globalizzazione e quelli che, con la flessibilità del lavoro, hanno pagato il prezzo più alto alla competitività del sistema. Un partito che veda nell'eterogeneità e nella molteplicità dei sistemi locali di sviluppo presenti nel nostro Paese non come un limite, ma come un'opportunità, tale da offrire modalità differenziate di crescita economica. Di qui la necessità di una politica economica attenta nel promuovere le risorse locali, in grado di accompagnare la loro evoluzione e di offrire loro gli strumenti per rafforzarsi. La sensibilità per le occasioni di promozione economica del Nord costituisce pertanto un'importante leva per consolidarle e fare di esse elementi di vantaggio competitivo dell'Italia.
La nostra società deve muoversi. Oggi, in una società immobile, a pagare il prezzo più alto sono i giovani, che prima dei venticinque-trent'anni non entrano nel mondo del lavoro, e che non possono più contare su quella sequenza certa - studio, lavoro, pensione - garantita in passato. Esiste oggi in Italia una questione di equità intergenerazionale, la tutela delle condizioni degli anziani non deve risolversi in una causa di penalizzazione per i giovani. Di fatto, in un certo senso, il patto generazionale esiste già e opera all'interno delle famiglie, dove le pensioni e i risparmi degli anziani servono non di rado a sostenere i redditi dei più giovani. Occorre che a questa dimensione familiare e privata subentri oggi un patto generazionale esplicito, capace di dare certezze e garanzie alla "terza età" senza far apparire quest'azione di difesa sociale una minaccia per i diritti e le garanzie dei più giovani. L'Italia deve recuperare, a livello sociale, una responsabilità che già è attiva all'interno delle famiglie e che può essere motivo di coesione, invece che di lacerazione del tessuto sociale.
Il PD è il partito della responsabilità. Le decisioni politiche assunte attraverso le regole della nostra democrazia non possono essere continuamente rimesse in discussione in nome di supposti interessi locali. Assistiamo continuamente al blocco di riforme, opere e interventi importanti per l’interesse generale (liberalizzazioni, impianti eolici, rigassificatori) fermi per interessi particolari. Nell’ambito del complesso sistema di garanzie costituito dal nostro ordinamento e dalle normative di valutazione di impatto ambientale, l’interesse generale deve sempre poter prevalere sugli interessi particolari.
Il PD è il partito delle risposte ai cittadini. Legalità e sicurezza vanno rideclinate fuori dalla dicotomia destra/sinistra. La sicurezza è, insieme, un bisogno elementare e un diritto di cittadinanza. La legge, condivisa e rispettata, è il pilastro su cui si costruiscono azioni di sicurezza efficaci per i cittadini. Tutto questo non significa tradire i propri valori, o smarrire la propria identità di sinistra. Ma la solidarietà, giustamente tanto cara alla sinistra, è più forte se sta dentro un sistema di valori condivisi e di regole rispettate da tutti.
L’innovazione nei programmi deve essere sostenuta da una rinnovata organizzazione politica. La crisi dei partiti è giunta al suo punto terminale. Oggi imperversano lobbies, consorterie, cordate, o nella migliore delle ipotesi, oligarchie illuminate. Il PD deve reagire a tutto ciò e il suo stesso processo fondativo partecipato e trasparente è una buona premessa. Il PD deve essere un partito nuovo, costruito dalla consapevole adesione dei singoli sulla base del principio “una testa un voto”, ma deve anche essere un partito strutturato sul territorio e nel sociale.
Solo un ricco pluralismo può consentire che le diversità coesistano e si integrino, rafforzando la capacità di attrazione maggioritaria del partito. Il PD deve essere in grado di abbattere gli steccati fra culture per far nascere la classe dirigente di domani. Per questo, in vista delle elezioni primarie regionali, pensiamo di sostenere un segretario espressione di una delle grandi aree politico-culturali fondative dal PD, tra cui quella cattolica democratica.
Il PD non può essere una rete di meri comitati elettorali e di singole personalità. E’ necessario un partito forte per avere un leader forte, non è vero il contrario.
Il PD deve essere lo strumento per rappresentare coloro che fino a oggi non lo sono stati e per garantire a chiunque la possibilità di partecipare in prima persona mettendo a disposizione le proprie competenze. Solo così si potrà avere un effettivo cambio all’attuale classe dirigente, della quale riconosciamo leadership e qualità. Tuttavia vogliamo evitare il rischio che si perpetuino nomenclature, notabilati e nicchie di poteri economici. Per noi il Partito Democratico deve essere un costruttore di nuova classe dirigente e non un selezionatore di tecnocrati da mettere al servizio della cosa pubblica. Deve essere generatore di impegno e passione. Noi siamo per il primato civile della politica
domenica 29 luglio 2007
OGGETTO: UN MILIONE DI FIRME PER UN REFERENDUM EUROPEO
Considerato
- che l’iter delle ratifiche nazionali per l’approvazione del Trattato che istituisce la Costituzione europea, approvato a Roma il 29 ottobre 2004 dai 25 Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea, ha subito una battuta d’arresto dopo l’esito negativo dei referendum in Francia e in Olanda;
- che, successivamente la proposta di una Costituzione europea, la riproposizione di un altro trattato o mini-trattato, riesumando la prassi delle Conferenze intergovernative affidate a diplomatici, escluderebbe di fatto i cittadini europei dal dibattito sul futuro dell’Europa,
- che la maggioranza dei cittadini e degli Stati dell’Unione ha già ratificato il Trattato costituzionale;
- che L'Associazione italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa (A.I.C.C.R.E.), la Regione Piemonte e la Provincia di Torino, hanno deciso di sostenere l'azione promossa dai federalisti europei, intitolata "un milione di firme per un referendum europeo", che si propone di suscitare un vasto movimento di opinione pubblica e di pressione mediante una Petizione che richiede un referendum consultivo europeo sulla Costituzione europea, da tenersi, contemporaneamente, in tutti i paesi d'Europa, nello stesso giorno dell'elezione del Parlamento europeo del 2009.
- che l’organizzazione di un referendum consultivo europeo non pregiudica la possibilità che i governi e i parlamenti nazionali decidano successivamente di ratificare o meno il Trattato costituzionale;
- che in Italia, sulla base di una legge di iniziativa popolare, in occasione delle elezioni europee del 1989, si è già tenuto un referendum di indirizzo per conferire un mandato costituente al Parlamento europeo, a cui hanno risposto positivamente l’88,1 % degli elettori;
Convinto
- che il processo di unificazione dell’Europa della pace e della solidarietà sia necessario e ineludibile;
e che
- una Costituzione è necessaria per dare all'Unione Europea la possibilità di parlare con una voce sola e di dotarsi di un governo europeo democratico in grado di far fronte efficacemente alle sfide della globalizzazione, dello sviluppo sostenibile, del terrorismo internazionale, della guerra e delle possibili crisi ambientali.
Certo
- del ruolo fondamentale che le autorità locali possono svolgere per far crescere nei cittadini una forte coscienza europea, anche attraverso una migliore comunicazione al cittadino dei principi di prossimità, sussidiarietà, interdipendenza e partecipazione elementi fondanti l’Unione Europea;
Esprime
il sostegno alla proposta di abbinare all’elezione europea del 2009 un referendum consultivo sul Trattato che istituisce una Costituzione europea, eventualmente migliorata secondo una procedura democratica proposta dal Consiglio europeo in accordo con il Parlamento europeo.
Enzo Lavolta
lunedì 23 luglio 2007
AUTONOMIA E FEDERALISMO PER IL NORD E PER L’ITALIA
I.
Il Nord è il luogo del paese più esposto alle sfide della globalizzazione sia sul piano della competizione economica che dell’inclusione sociale. Il Nord dunque è il luogo prima di altri che pone alla politica le domande che rappresentano per essa la sfida del futuro. È anche il luogo che impone la necessità di misurarsi con la grande sfida dell’integrazione europea.Il Nord non è una società che va in una direzione sbagliata con cui bisogna misurarsi solo perché non se ne può fare a meno. Bensì è una società che cammina nel verso giusto quello della modernità e dell’apertura, e che presenta insieme le potenzialità e le contraddizioni indotte da queste sfide che devono essere governate per far crescere l’intero paese.Il Centro Sinistra come si è visto nelle recenti elezioni, stenta a dare risposte politiche, perché, complessivamente parlando, i partiti che lo raffigurano trasmettono un messaggio che riflette più il percorso fatto che quello da fare, più il passato che il futuro.
II.
Il PD può essere la risposta a questo bisogno di cambiamento della politica. Esso deve dar vita a una politica nuova, che sostenga anziché frenare il dinamismo della società. Una politica improntata a requisiti in primo luogo di efficienza e di efficacia, vale a dire produrre i risultati attesi con l’impiego ottimale delle risorse disponibili nei tempi previsti, sottolineando che in una società sottoposta alla sfida globale il tempo non è una variabile indipendente bensì, spesso decisiva. Ed, in secondo luogo, a trasparenza e responsabilità, cioè alla capacità di rendere conto di fronte alla propria comunità degli atti e delle decisioni assunte. Da qui nasce l’esigenza di uno Stato federale, e di un sistema fiscale federale. Non per spezzettare, frantumare e dividere il paese ma per avvicinare la decisione politica al luogo in cui si manifestano i bisogni; quindi per semplificare, sburocratizzare, far costare meno il processo decisionale. Questa è la nuova politica che serve al Nord perché serve all’Italia. Una suggestiva e concreta politica riformista basata su liberalizzazioni, promozione della concorrenza, risanamento finanziario, stato leggero e regolatore, senza dimenticare di tutelare i diritti del cittadino. Una politica riformista tesa ad un modello sociale efficiente ed inclusivo, alla valorizzazione delle persone, ad iniziare dai giovani e dalle donne, che non condanni loro alla precarietà, potenziando la formazione, promuovendo il merito, ridisegnando il welfare, promuovendo diritti e riaffermando i doveri. Una politica attenta a come è cambiato tessuto economico e produttivo del Nord e a come è cambiato il mondo del lavoro. Una politica di difesa della sostenibilità ambientale, e della piena valorizzazione delle risorse naturali, che sappia dire “SI’” ad un nuovo patto fra scienza, tecnologia ed ambiente. Sapendo che lo sviluppo economico oggi non può fare a meno della difesa dell’ambiente. Una politica che investa sulla risorsa immigrazione, favorendo l’integrazione in un quadro di pieno rispetto della legalità, base per una convivenza civile che garantisca la sicurezza di tutti i cittadini.
III.
Il Partito Democratico sarà una scommessa vincente solo se saprà essere il volto credibile di questa nuova politica, se saprà immaginare una “forma partito” innovativa, capace di usare i nuovi strumenti della comunicazione, se riuscirà a promuovere una nuova politica giovane e dinamica. Al PD serve una forte e sincera impostazione federale su base regionale e una grande autonomia decisionale in tutte le sue articolazioni. Solo in questo modo il Partito Democratico potrà dare piena rappresentanza alle esigenze e alle istanze che le diverse aree del Paese vogliono vedere riconosciute. Per questo il Partito Democratico dovrà essere un partito autonomo nella forma organizzativa e quindi nello Statuto e nei finanziamenti. Nella definizione delle alleanze politiche dovrà valere lo stesso principio di autonomia, che consenta di operare scelte corrispondenti alle esigenze politiche locali. Nella formulazione delle politiche pubbliche, che significa individuazione delle soluzioni più rispondenti ai bisogni e agli interessi dei territori. Nella scelta locale dei candidati e delle rappresentanze.IV. Su questa base riteniamo necessario sostenere in modo coordinato in ogni regione del Nord liste, su base regionale, che appoggino Walter Veltroni per la Segreteria del PD e che portino nell’Assemblea Costituente le forze, le intelligenze, le esperienze delle nostre città, province e regioni.
giovedì 12 luglio 2007
Elezione diretta e alternanza di genere
Ecco il testo approvato.
1. È indetta per il 14 ottobre 2007 l’elezione dei componenti della Assemblea costituente nazionale e, in collegamento con essi, del Segretario politico nazionale del partito democratico. È inoltre indetta, per quella stessa data, l’elezione dei componenti delle Assemblee regionali e, in collegamento con essi, dei segretari regionali del partito. Nella Regione Trentino Alto Adige si eleggono i componenti delle assemblee provinciali di Trento e Bolzano e i relativi segretari provinciali; le due assemblee provinciali costituiscono insieme l’Assemblea regionale che elegge il proprio coordinatore, eventualmente anche prevedendo la turnazione in tale incarico fra i due segretari provinciali. 2. Con successivo Regolamento vengono stabilite le modalità di elezione delle Assemblee provinciali e dei Segretari provinciali, da tenersi entro il 31 dicembre 2007. 3. Possono partecipare in qualità di elettori e di candidati tutte le cittadine ed i cittadini italiani che al 14 ottobre abbiano compiuto sedici anni nonché, con i medesimi requisiti di età, le cittadine e i cittadini dell’Unione europea residenti, le cittadine e i cittadini di altri Paesi in possesso di permesso di soggiorno, i quali al momento del voto dichiarino di voler partecipare al processo costituente del Partito Democratico e devolvano un contributo minimo di € 5,00, ridotto a 2 € per le elettrici e gli elettori che non ancora compiuto venticinque anni.4. Qualora sia stata eletta una maggioranza assoluta di componenti l’Assemblea a sostegno di un candidato Segretario, il Presidente dell’Assemblea costituente nazionale lo proclama eletto all’apertura della prima seduta dell’Assemblea stessa; in caso contrario il Presidente indice in quella stessa seduta un ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati collegati al maggior numero di componenti l’Assemblea e proclama eletto Segretario il candidato che ha ricevuto il maggior numero di voti validamente espressi La stessa regola si applica per i segretari regionali.5. L’Assemblea Nazionale, convocata da Romano Prodi che ne assume la Presidenza, si riunisce per la prima seduta il 27 ottobre 2007. Essa approva il Manifesto e lo Statuto nazionale del Partito, ed assolve ad ogni altra funzione attribuitale dalle norme transitorie e finali dello Statuto. La prima seduta delle Assemblee costituenti regionali è convocata da Romano Prodi entro 30 giorni dallo svolgimento delle elezioni. L’Assemblea come primo adempimento procede all’elezione del proprio presidente tra i propri componenti a scrutinio segreto; nel caso in cui nessun candidato abbia conseguito nella prima votazione la maggioranza dei componenti si procede a una seconda votazione di ballottaggio tra i due candidati più votati. Nel rispetto dei principi stabiliti dallo Statuto nazionale, tali Assemblee approvano il rispettivo Statuto regionale, ed assolvono ad ogni altra funzione attribuita loro dalle norme transitorie e finali degli Statuti nazionale e regionale. 6. Per l’assegnazione dei seggi ai fini dell’elezione della Assemblea Nazionale, si fa riferimento ai collegi e alle circoscrizioni di cui alla legge 4 agosto 1993, n. 277 (legge Mattarella Camera). Milleduecento seggi vengono distribuiti tra le circoscrizioni in proporzione al numero di residenti e milleduecento seggi in proporzione al numero dei voti conseguiti dall’Ulivo nelle elezioni del 2006 per la Camera dei deputati, in entrambi i casi sulla base del metodo dei quozienti interi e dei più alti resti. I seggi così assegnati a ciascuna circoscrizione vengono ripartiti tra i collegi in proporzione ai voti conseguiti dall’Ulivo nelle elezioni del 2006 per la Camera dei deputati sulla base del metodo dei quozienti interi e dei più alti resti. Ogni collegio elegge almeno 3 delegati. Un ulteriore seggio è assegnato ai collegi in cui abbia partecipato al voto un numero di persone pari a più del 20 per cento dei voti ottenuti dall’Ulivo nelle elezioni per la Camera dei deputati del 2006. Gli italiani residenti all’estero eleggono 60 rappresentanti 7. Le liste per l'elezione dell’Assemblea Nazionale sono plurinominali con alternanza di genere. Occorrono tra 100 e 150 firme per presentare una lista di collegio. Nessuno può candidarsi in più di un collegio. La lista indica può indicare] un candidato Segretario nazionale. Ci si può collegare nella circoscrizione con una dichiarazione di intenti. Devono essere presentate, a pena di nullità, tra il 21 e il 22 settembre. Con un sistema analogo a quello vigente per la Camera fino al 1992, si assegnano prima i seggi pieni nei collegi con la proporzionale (quoziente corretto a + 2), poi i seggi non assegnati e i voti non utilizzati (resti) confluiscono a livello circoscrizionale. Le liste che a quel livello hanno ottenuto più del 5% dei voti si suddividono i seggi residui col medesimo metodo; i seggi in questo modo assegnati a ciascun gruppo di liste vengono attribuiti alle liste di collegio con i resti più grandi. Le liste che si collegano a livello circoscrizionale devono avere metà capilista uomini e metà capilista donne. 8. Le dichiarazioni di candidatura alla carica di Segretario Nazionale sono presentate entro il 30 luglio 2007 unitamente a una dichiarazione di intenti e a un numero di firme compreso tra duemila e tremila, di cui almeno cento in cinque diverse regioni. Le dichiarazioni di candidatura sono accettate se corredate, entro i termini previsti per la presentazione delle liste, da dichiarazioni di liste presentate in almeno 25 diversi collegi, in non meno di 5 differenti regioni. Le dichiarazioni di candidatura alla carica di Segretario Regionale sono presentate entro il 12 settembre 2007 unitamente a una dichiarazione d’intenti e a un numero di firme compreso tra 500 e 750 per le Regioni fino a un milione di abitanti e tra 1000 e 1500 per le Regioni con popolazione superiore a un milione di abitanti9. Per essere ammessi al voto, che si svolge in unica giornata dalle ore 7 alle ore 20, occorre esibire al seggio un documento di identificazione e, ad eccezione dei non ancora maggiorenni e dei non cittadini, la propria tessera elettorale. Saranno determinate con successivo regolamento le modalità di voto per i non ancora maggiorenni e i non cittadini e per gli studenti universitari fuorisede nella loro sede universitaria.10. Le schede contengono una colonna per ciascuna lista, all’interno della quale sono presenti, nell’ordine, dall’alto in basso, i nominativi dei candidati di collegio, preceduti dal candidato alla carica di Segretario nazionale sostenuto dalla lista. Gli elettori possono esprimere un unico voto in un’unica colonna di ciascuna scheda. Il voto si considera valido in qualsiasi punto della colonna sia stato apposto un segno. Sono considerate non valide le schede che presentino segni di votazione che ricadono all’interno di due o più colonne. Lo scrutinio inizia subito dopo il voto dell’ultimo elettore presente nel seggio al momento della chiusura..
giovedì 28 giugno 2007
ITALIA 2.0


da LA STAMPA del 27/6/2007
Gli under 35 scrivono a VeltroniAccompagnata da una simbolica bottiglietta di acqua, nella lettera i giovani spiegano di aver deciso di «non subire il Partito democratico, di non stare a guardare per poi lamentarsi, ma costruirlo con l’entusiasmo e la passione che servono per gli appuntamenti più importanti del nostro paese». Il loro documento è intitolato «Italia 2.0» perchè, spiegano, «come avvenuto per il web vogliamo una nuova versione dell’Italia

Grandi!!!!!!!!
mercoledì 20 giugno 2007
Politiche Giovanili

giovedì 31 maggio 2007
Tra uno speaker e un leader
Alle sette di ieri sera, quando mancavano solo un paio d'ore alla riunione del comitato dei 45, quarantamila persone avevano votato per il sondaggio di Repubblica.it. Domanda: chi volete leader del Partito democratico? Risposta: Veltroni al 46 per cento, con due dietro a lui al 10 per cento, cioè Finocchiaro e Bersani. Gli altri, in fondo.Il sondaggio sul web è la cosa meno scientifica possibile, ma quello di Repubblica pesca in un campione particolare.E induce a due considerazioni.La prima: parte una forte campagna stampa in grado di condizionare le scelte del Pd. La seconda: c'è effettivamente nel popolo ulivista una domanda forte per la scelta adesso di un leader vero, paladino della controffensiva contro la destra.I web-lettori di Ezio Mauro possono essere delusi per molti e validi motivi che elenchiamo sommariamente: Prodi non vuole alla guida del Pd una alternativa a se stesso; i vertici Ds non vogliono pregiudicare la scelta del candidato del 2011 in favore di Veltroni; le due cose, sommate al timore di mettere il governo di Roma a repentaglio, inducono il sindaco a tenersi fuori da questa contesa.Da qui (anche se fra il Prodi un po' autoritario che fa sapere «o fate come dico io o me ne vado» e i vertici Dl e Ds c'è stata ieri tensione fortissima) prendeva ieri sera forza la soluzione intermedia: dare al Pd dopo una consultazione democratica uno speaker che non faccia ombra al premier e "tenga il posto" per chi scenderà in pista per la battaglia vera.Per gli equilibri fra leader, governo e partiti sarebbe la soluzione più facile e meno rischiosa. Rimarrebbe però fortissimo il dubbio: sarebbe anche la soluzione in grado di ridare forza e centralità al Pd (oseremmo dire: di salvare il progetto)? Di rispondere alle aspettative ora un po' angosciate della sua gente? E, soprattutto, di consentire al Pd di giocare d'anticipo su qualsiasi eventuale collasso degli equilibri politici generali, senza costringerlo a rincorrere affannosamente gli eventi come gli capita da mesi? Sono domande retoriche.
martedì 15 maggio 2007
Meno partiti, più grandi. I cittadini capiranno
La road map sulla nascita del Partito democratico decisa venerdì 11 restituisce al progetto uno slancio rivoluzionario che sembrava appannato. Se le decisioni sui meccanismi di composizione per l'Assemblea Costituente saranno rispettate sino in fondo, va dato atto a Francesco Rutelli e Piero Fassino di aver accettato la proposta di Prodi con coraggio e lungimiranza fuori dal comune. L'elezione aperta e diretta da parte dei cittadini-aderenti e sulla base di una competizione di molteplici liste non riconducibili ai vecchi partiti, pone infatti le basi per un soggetto politico autenticamente nuovo. L'atto fondativo del Pd, così come le primarie di due anni fa, potrebbe finalmente avere conseguenze autenticamente significative sul sistema politico in Italia, affrontando, e forse risolvendo, nodi che hanno sistematicamente indebolito l'efficacia delle istituzioni nel nostro Paese.
Il Pd ha infatti ora una chance di ridurre la frammentazione partitica, che ha sinora costretto i governi a reggersi su coalizioni eterogenee e rissose, non solo perché accorpa i due partiti maggiori del centrosinistra ma anche in quanto rende più permeabili i confini elettorali del Pd nei confronti dei suoi alleati. La forma aperta delle adesioni si rivolge potenzialmente a tutti gli elettori del centrosinistra, e potrebbe «prosciugare» alcuni partiti minori. I meccanismi scelti per la costituente, senza quote di rendita o preadesioni a garanzia dei partiti fondatori, consente agli elettori di tutte le forze dell'Unione — dall'Udeur a Rifondazione comunista — di bypassare il proprio ceto politico di riferimento e di veder rappresentate le proprie idee direttamente nel nuovo soggetto.
Se gli ultimi congressi hanno portato a un ulteriore frazionamento del ceto politico (la scissione della sinistra Ds), non è detto che a livello di elettorato non avvenga invece un processo contrario di semplificazione. L'appello al «popolo delle primarie» di due anni fa è un esplicito segnale in questa direzione dal momento che quella fu una consultazione di tutti gli elettori dell'Unione, e non solo di quelli di Ds e Margherita, e sancì una richiesta, comune e universale, di unità da parte dell'intero elettorato di centrosinistra. Anche il richiamo alla simbologia dell'Ulivo conferma questa vocazione, in quanto l'Ulivo originario coincideva con la coalizione di centrosinistra alle elezioni del 1996, con l'eccezione di Rifondazione.
Sarà un cantiere ancora lungo e difficile, ma in questo modo il Pd ha gettato le basi non solo per una forza più ampia, ma anche, in prospettiva, per un potenziale partito unico del centrosinistra. Solo con una vocazione «bipartitica» il nuovo soggetto potrà mantenere alcune delle sue promesse in merito a riavvicinare molti scontenti alla politica e di rifocalizzare l'attenzione sulle riforme concrete.
Finché infatti i governi italiani si dovranno reggere su coalizioni numerose, precarie ed eterogenee, le formule e le forme politiche continueranno infatti a prevalere sui contenuti, e i contenuti tenderanno al ribasso del «minimo comune denominatore». Nessuno dei partiti attuali è in grado di formulare dettagliate ipotesi di policy
alle elezioni, in quanto le proposte programmatiche devono poi essere mediate e negoziate con gli altri partner della coalizione. Ci sono quindi solo delle piattaforme di coalizione, ma queste vengono rispettate in modo solo indicativo in quanto ciascun partito della coalizione può esercitare un potere di ricatto sugli altri. Se invece ci fossero in Italia dei partiti più ampi, l'azione concreta del governo verrebbe rafforzata perché il premier potrebbe disciplinare la propria maggioranza non solo, come nella tradizione italiana, con la sola minaccia delle proprie dimissioni, ma anche con strumenti extra-istituzionali all'interno del proprio partito, come avviene nelle altre grandi democrazie occidentali.
Unamolteplicità di partiti ideologici era probabilmente necessaria all'Italia della prima fase della Repubblica, a causa delle ferite della Guerra mondiale e delle tensioni legate a una rapida modernizzazione. Ora quel tipo di sistema partitico — barocco e lontano dalle attuali preoccupazioni dei cittadini — è un lusso che l'Italia non si può permettere. C'è bisogno quindi di un tipo nuovo di partito, che sappia candidarsi a riunire al suo interno per intero una delle due coalizioni. L'approdo è ancora lontano, ma questa volta si è partiti con il piede giusto, e tutti gli elettori del centrosinistra dovrebbero tenerne conto.
lunedì 14 maggio 2007
Verso il PD anche in Regione
Democrazia è Libertà – La Margherita, insieme ai rispettivi capigruppo
regionali, si sono incontrate nella mattina di oggi al fine di concordare le
comuni decisioni politiche e gli atti conseguenti in vista dell’imminente
avvio della fase costituente del Partito Democratico, previsto per il
prossimo mese di ottobre.
Hanno per questo deciso di accelerare la costituzione del gruppo
unico in Consiglio regionale, attivando immediatamente fra i consiglieri
la costituzione di gruppi di discussione politica su alcuni dei temi
essenziali del dibattito regionale al fine di definire una posizione
comune che si proponga quale autorevole indirizzo politico del governo
piemontese.
Hanno nello stesso senso deciso di promuovere, sulla base di
analogo percorso, la costituzione dei gruppi unici nei diversi livelli di
governo locale, in relazione alle rispettive competenze istituzionali.
Hanno ancora deciso di promuovere immediatamente lo
svolgimento di incontri congiunti a tutti i livelli territoriali fra i propri
aderenti e dirigenti al fine di assicurare la continua discussione ed il più
ampio confronto ideale e programmatico. Ciò successivamente a
un’assemblea regionale tra i portavoce dei circoli de La Margherita e i
segretari di sezione DS.
Hanno confermato concordemente la necessità dell’apertura e
partecipazione al processo costituente fra tutti i soggetti, associati e
singoli, promotori ed interessati, promovendo ed accogliendo il comune
coordinamento di ogni iniziativa e la discussione congiunta delle forme
e dei contenuti qualificanti la fase costitutiva del Partito Democratico.
Hanno concordato sull’opportunità di realizzare un confronto
politico di maggioranza per aggiornare l’elenco delle priorità politiche
dell’Amministrazione regionale.
giovedì 10 maggio 2007
Il decalogo per il Partito democratico
1. Il Pd è un partito laico, antifascista, progressista ed europeista, che riconosce il valore fondante e l’attualità della Costituzione della Repubblica italiana e difende l’autonoma espressione del voto parlamentare da qualsiasi ingerenza
2. Il Pd nasce dall’esigenza di rinnovare alle radici l’anima e l’organizzazione della politica italiana
3. Per questo il Pd si impegna con norme che regolino la democrazia interna dei partiti ad attuare un forte ricambio della classe dirigente, puntando sui giovani e sulla partecipazione attiva e paritaria delle donne
4. Il programma del Pd deve ispirarsi ai valori e alle idee di un’Italia moderna, forte delle sue radici di Libertà e Giustizia e rivolgersi coraggiosamente al futuro: formazione dei giovani, riconoscimento del merito, delle capacità intellettuali e d’iniziativa, investimenti nella ricerca scientifica e sfida all’emergenza climatica e ambientale. Pace, partecipazione e fantasia, tre parole chiave e tre valori per pensare il futuro.
5. Il Pd sostiene una moderna economia sociale di mercato, libera dai conflitti di interesse. Promuove pari accesso alle opportunità, autonomia di impresa, equità e solidarietà tra i cittadini. Il Pd fa di un lavoro dignitoso per tutti il grande compito della Repubblica, come previsto dalla lungimiranza dei padri costituenti.
6. Il Pd è un partito che s’impegna da subito a limitare i costi della politica, gli sprechi e i privilegi delle amministrazioni a tutti i livelli.
7. Il Pd si impegna, a ogni livello politico e amministrativo, nella tutela del paesaggio, del patrimonio artistico e culturale e delle risorse naturali ed energetiche comuni.
8. Il Pd sostiene la famiglia e tutela le coppie di fatto, prevedendo norme che garantiscano i diritti di ciascuno.
9. Il Pd considera l’efficienza della giustizia e la lotta a ogni forma di illegalità – in primo luogo quella che vede colluse la politica e la criminalità organizzata – come priorità da perseguire con tutti i mezzi necessari, nell’interesse della sicurezza dei cittadini. Il Pd tutela il pluralismo dell’informazione e l’indipendenza dei mezzi di comunicazione dalla politica.
10. Il Pd sollecita il dialogo e la ricerca di possibili mediazioni al proprio interno e nei rapporti con le altre forze politiche, ma non è disponibile a trattative ad ogni costo che minaccino i principi enunciati nel decalogo qui esposto.
lunedì 16 aprile 2007
L’identità del Partito Democratico
Il Partito democratico non serve alla sinistra italiana, non serve ai gruppi dirigenti e nemmeno ai militanti di Ds e Margherita, non serve al centrosinistra nel suo complesso. E’ all’Italia che serve un partito democratico, perché è la democrazia italiana che da quindici anni vede le sue strutture portanti piegarsi sotto il peso di una delegittimazione crescente, che non a caso si è accompagnata alla progressiva espropriazione delle sue prerogative e dei suoi poteri. Una lunga fase difficile – che si può definire di transizione o di crisi, secondo i gusti – in cui di fatto la campagna di delegittimazione della politica e delle istituzioni democratiche ha ottenuto due effetti: da un lato una sostanziale sospensione del diritto, così da permettere regolamenti di conti interni condotti per le spicce; dall’altro l’inibizione delle capacità di reazione del sistema, tenuto sotto scacco dalla stampa e dalla magistratura.Non è questa la sede per stilare un bilancio delle inchieste che tra il 1992 e il 1993 hanno decapitato la classe dirigente del nostro paese. Quale che sia il giudizio su quella stagione e sulla condotta dei suoi principali protagonisti – nei partiti e nelle istituzioni, nelle procure e nei giornali, nel mondo della finanza e dell’editoria – non si può non vedere, però, come l’Italia di oggi sia ancora, almeno in larga misura, il paese uscito da quel gigantesco e tumultuoso processo di ristrutturazione del potere.Da quindici anni, in Italia, si discute ininterrottamente di nuove leggi elettorali e di più generali riforme istituzionali. Basterebbe questa semplice annotazione a dare la misura esatta della crisi. Da quindici anni il dibattito pubblico e l’intero sistema politico appaiono ripiegati su se stessi. Immobili al centro della scena, dinanzi a un pubblico stupefatto e sempre meno numeroso, gli attori discutono animatamente tra loro del copione e della scenografia, mentre improvvisati registi salgono sul palco e ne vengono buttati fuori con crescente rapidità. Di qui le tante stucchevoli discussioni sulle riforme che sarebbero necessarie e sull’incapacità delle maggiori forze politiche di porvi mano, sul perché in Italia la sinistra non possa fare la sinistra e la destra non possa fare la destra, sulla misteriosa e irriducibile anomalia della democrazia italiana.Volendo intrattenersi un po’ di tempo in allegria, si potrebbero passare in rassegna le tante formazioni politiche fiorite e appassite nel corso di questi quindici anni: nuovi partiti e nuove alleanze, federazioni di partiti e movimenti più e meno spontanei, in una giostra di scissioni e ricomposizioni che ha partorito gli incroci più sensazionali. Molti illustri segretari di partito hanno alle proprie spalle un numero considerevole di simili esperimenti, storici incontri, nuovi inizi e svolte epocali. Non è questa la storia del Partito democratico, nonostante l’insopportabile retorica dell’identità e dei valori alimentata ad arte da coloro che vorrebbero consegnarlo subito a una simile galleria. Non è la fusione tra Ds e Margherita che ha innescato questo circolo vizioso. E’ per uscire da questo circolo vizioso, al contrario, che Ds e Margherita hanno deciso di dar vita al Partito democratico. Se si vuole discuterne seriamente, infatti, non si può rimuovere la storia di questi ultimi quindici anni. E soprattutto non si può dimenticare che in politica non sono le parole a definire le cose, ma le cose a definire le parole. L’identità di un partito non è definita dal suo nome, dai suoi simboli o dalla sua retorica, ma dalla sua politica. Alla costituente socialista annunciata da Enrico Boselli durante il congresso dello Sdi dovrebbero partecipare formazioni e dirigenti che in questi quindici anni sono stati ininterrottamente su fronti opposti, chi al governo con Silvio Berlusconi e chi all’opposizione con Fausto Bertinotti. I soli socialisti di Boselli hanno promosso liste comuni prima con i Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio, poi con Ds e Margherita nella lista dell’Ulivo e infine con i Radicali di Marco Pannella. Ora criticano la “fusione fredda” del Partito democratico assieme al correntone diessino di Fabio Mussi, che si dice interessato tanto alla costituente socialista di Boselli quanto alla costituente comunista di Bertinotti. Dal ’98 al 2001 simili difensori della coerenza ideale e identitaria sono stati al governo con Boselli, all’opposizione da sinistra con Bertinotti e all’opposizione da destra con De Michelis. Dal 2001 al 2006 le parti si sono invertite, Boselli e Bertinotti sono stati insieme all’opposizione, De Michelis è stato al governo con Forza Italia, An e Lega. Non si vede perché oggi la parola “socialista” dovrebbe improvvisamente rivelarsi capace di unire quel che la politica, in tutti questi anni, ha irrimediabilmente diviso. In tutti questi anni, al contrario, Ds e Margherita sono stati insieme al governo e insieme all’opposizione. Ed è da qui – dall’azione politica concreta condotta nel paese e dalla concretissima lotta per l’egemonia tra riformisti e radicali condotta all’interno della coalizione – che è emersa la possibilità e l’esigenza dell’unità tra i due partiti. Questa è la ragione per cui la costituente socialista con Mussi e De Michelis, verosimilmente, non avrà miglior sorte del Girasole con i Verdi, della Rosa nel Pugno con Pannella o di tutti i possibili incroci di laboratorio – questi sì! – che i custodi dell’identità socialista potranno inventare, nel loro irrefrenabile feticismo lessicale. E a conferma del fatto che non è l’identità di un partito a definirne la politica, ma la politica a definirne l’identità, sta una banale constatazione: i partiti politici morti e sepolti, come il partito bolscevico di Lenin o il partito fascista di Mussolini, evidentemente, oggi non hanno più una politica, e non possono in alcun modo averla, perché sono morti. Ma il fatto di essere morti e sepolti non impedisce loro di possedere ancora oggi una fortissima identità. Anzi, oggi molto più che in passato, quando erano vivi e immersi nel loro tempo, la loro identità appare come un cristallo purissimo di perfetta e levigata coerenza, priva di tutte le incrostazioni e le contraddizioni che vengono dall’attrito quotidiano con la realtà e con il mondo circostante. Ma quella condizione che a taluni, evidentemente, appare ammirevole e invidiabile, non è altro che rigor mortis. E’ l’imperturbabile coerenza delle salme. E’ la bellezza immutabile e incorruttibile delle lingue morte. E’ lo sguardo fiero dei condottieri di marmo, con il loro vasto seguito di piccioni. E non c’è ragione di invidiarla.
venerdì 13 aprile 2007
La Margherita dice sì ma soffre: "È un matrimonio squilibrato"
Rutelliani, prodiani, parisiani. E poi popolari, laici, liberali, socialisti, ambientalisti. Un vortice, una girandola di congressi, di circoli, di tessere, con un corollario tardo-democristiano di ricorsi e contestazioni. Se c´è un partito versatile, anzi di più, un partito costitutivamente eclettico, questo è la Margherita. Con uno spettro variegatissimo di sfumature, di tradizioni, di ispirazioni, di culture.
In effetti la Margherita è un partito "post", che viene dopo che è successo tutto: dopo la dissoluzione della Democrazia cristiana, dopo la confluenza dei democratici dell´Asinello prodiano, e soprattutto dopo la fine o la trasfigurazione delle culture politiche tradizionali: «In teoria», dice uno degli esponenti più vicini ad Arturo Parisi, il bolognese Antonio La Forgia, ex comunista di antiche ascendenze ingraiane, «noi siamo il partito più moderno dell´Unione. Con le caratteristiche più profonde del catch-all-party, il partito "pigliatutto" che si rivolge alla società intera con un´idea di modernizzazione del paese». E che perciò non esprime verso il futuro partito democratico le resistenze che si manifestano apertamente o che serpeggiano come una febbre nel corpo dei Ds.
Piuttosto c´è ansia, se non proprio timore, per la «fusione asimmetrica». Cioè per un matrimonio fra partiti squilibrati numericamente, a vantaggio dei Ds. «Non siamo proprio alla ricetta impazzita del pasticcio di allodola e cavallo - dice La Forgia - ma la differenza numerica fra i due partiti maggiori del centrosinistra balza in primo piano in ogni discussione e in ogni ipotesi per il dopo congresso». Ed è riconoscibile anche una specie di continua, evocata, sottolineata "subliminal competition" con il partito di Fassino.
Il paragone fra i due partiti a prima vista è semplice. I congressi dei Democratici di sinistra si sono svolti nel modo più tradizionale e identificabile: la mozione del segretario, con il dissenso strutturale della mozione Mussi, e la fronda della terza mozione, Angius-Zani. Mentre dentro la Margherita i settori di resistenza aperta all´approdo nel Pd sono limitati. Piccole enclave di refrattari. Prevale semmai un´inquietudine, resa esplicita da uno dei giovani leader del partito, Lapo Pistelli: «Le strategie all´interno dei Ds sono chiare; c´è l´eventualità che una parte del nucleo dirigente si stacchi, ma in linea di tendenza non si staccheranno gli elettori. Mentre per noi vale il contrario: il gruppo dirigente è compatto, ma con la rinuncia di un´identità specifica c´è invece il timore di perdere quote di elettori».
Dentro la Margherita si guarda con freddezza ai dati dei sondaggi, che al momento fissano pessimisticamente il Partito democratico a un quarto dell´elettorato. «Intanto il fatto più importante», dice uno degli uomini di punta, il presidente dei deputati dell´Ulivo Dario Franceschini, «è che al Pd la Margherita ci arriva tutta intera, senza defezioni e senza rotture». Sembra un´ovvietà, ma sullo sfondo di questo risultato c´è un lavorio che ha cambiato la struttura del partito. Oggi la Margherita è il risultato dell´incontro di Chianciano dell´autunno scorso, in cui i popolari, capitanati anche simbolicamente dal "tridente" composto da Enrico Letta, Franceschini e Giuseppe Fioroni, hanno riallineato il partito sulla struttura organizzativa degli ex popolari, guadagnando nei congressi locali un largo vantaggio.
Con quale risultato e quali prospettive? A sentire gli uomini del "tridente", l´avere oggi un partito con un 70-80 per cento di matrice popolare è un risultato tutt´altro che negativo nel momento in cui occorrerà avviare una fase "contrattuale" con i Ds, ossia quando comincerà la convivenza, dopo i due congressi simultanei e in attesa dell´assemblea costituente dell´autunno prossimo.
Ma nel frattempo aleggiano sull´itinerario verso il Pd un paio di problemini tutt´altro che semplici. Che si chiamano nientemeno Rutelli e Prodi. Per quanto riguarda il presidente della Margherita, al momento il suo ridimensionamento è indubbio. Dovrà reinventarsi un ruolo puntando sul fatto che la sua figura è la garanzia formale e sostanziale che il Partito democratico non sarà una riedizione minore del compromesso consociativo fra sinistra democristiana ed ex Partito comunista.
Quanto al premier, il discorso si fa delicato: perché Prodi va considerato il padre fondatore, possibilmente il futuro presidente del partito democratico, il federatore di una iniziativa che rivoluziona il centrosinistra e la politica italiana, e che a suo giudizio non si conclude affatto con la fusione fra Ds e Margherita. Ma per l´ala più esplicita della Margherita, rappresentata ad esempio dal sindaco di Venezia Massimo Cacciari, «Prodi è un hapax legomenon, termine filologico per indicare un termine unico, che ricorre solo in quell´autore. Pensa di poter governare il Paese e poi anche il futuro partito, soltanto dalla posizione di presidente del Consiglio».
Liquidato anche Prodi? No, ma si ha la sensazione palpabile che con il Big Bang costituente si assisterà a un cambiamento radicale nella politica del centrosinistra. Prodi ha scritto all´Unità che auspica un «partito dei cittadini», aperto alla società civile, ai movimenti, alle associazioni. Dimostrando così che non ha nessuna intenzione di assistere da spettatore passivo alla genesi del nuovo partito. Anche il capo del governo sa bene che finiranno al macero alcuni schemi che nell´ultimo decennio hanno dettato il codice di comportamento della politica italiana. Come dice Franceschini: «Forse non ci siamo ancora resi conto che con la nascita del Pd finiscono tutte le rendite di posizione. Non basterà più qualificarsi come i più moderati della coalizione per guadagnarsi le candidature. Non ci sarà più la figura dell´uomo di garanzia elettorale, il moderato che traghetta la sinistra nell´area del governo. Dentro il Partito democratico saremo tutti uguali, e questa è più o meno la rivoluzione».
Il che significa che il processo costituente sarà verosimilmente movimentato. Se Fassino si sente legittimato a concorrere alla leadership del Pd, altre figure nutriranno la stessa ambizione. E non va perso di vista un aspetto destinato a complicare ulteriormente i giochi: nella politica postideologica le aggregazioni di partito si formano intorno a una leadership. Quindi nella Margherita tutti sanno benissimo che si porrà il problema di decidere se il capo del Partito democratico sarà anche il candidato dello schieramento alle elezioni politiche e quindi alla premiership. «Credo che in un primo momento sarà opportuno tenere distinte queste due posizioni», commenta Giulio Santagata, ministro per l´attuazione del programma, l´uomo più in vista della piccola pattuglia prodiana. Anche perché tutti sanno che nell´arco temporale dell´effettivo varo politico del Pd, di qui alle elezioni europee del 2009, la fusione fredda dovrà scaldarsi fino a far emergere una leadership nuova: «Inutile metterci un´ipoteca adesso.
E su questo tema si riscontra effettivamente la duttilità della Margherita, di cui fa parte anche la tradizionale disponibilità democristiana alla scelta pragmatica del leader. Per i Ds, la corsa alla posizione di vertice può essere l´ultima battaglia per lo sdoganamento dello sdoganamento, la perfetta legittimazione senza più residui o riserve mentali. Invece per la Margherita, la gara per la leadership è più che altro un modo di fare politica nello scenario nuovo: «Ognuno dovrà metterci del suo», ridacchia Franceschini, proprio perché non ci saranno diritti ereditari da far valere. E La Forgia, con un realismo che viene da lontano: «I Ds hanno una forza elettorale superiore, ma a ben guardare la Margherita è già una specie di partito democratico. Tanto per capirci, noi, al casino, ci siamo più abituati».
mercoledì 28 febbraio 2007
IL NUOVO PD E GLI SCENARI DI SVILUPPO DEL SISTEMA LOCALE: VISIONI, STRATEGIE E PRASSI

nella capacità di leggere ed interpretare i cambiamenti che il “sistema mondo” sta affrontando;
nella traduzione degli stessi in scenari tendenziali al livello locale;
nell’individuazione delle radici identitarie;
della loro traduzione in obiettivi politici;
della loro traduzione in strategie di azione.
PROCESSI DI SVILUPPO
GOVERNANCE TERRITORIALE
PD E SVILUPPO LOCALE
5 IDEE PER LO SVILUPPO LOCALE
VALORE AGGIUNTO DAL NUOVO SOGGETTO POLITICO
venerdì 16 febbraio 2007
Un partito per noi, giovani generazioni
Il nuovo millennio pone di fronte a noi sfide con le quali mai la sinistra italiana si è confrontata che, per essere vinte, hanno bisogno di nuove alleanze e di nuove forme di azione politica. Dobbiamo rilanciare l'idea di un governo multilaterale del mondo, valorizzando e rafforzando il ruolo delle organizzazioni internazionali, nella convinzione che il terrorismo vada combattuto con più politica e più cittadinanza e senza limitare le libertà individuali. Dobbiamo lottare dentro e fuori le istituzioni per rilanciare il processo di integrazione europea, da troppo tempo stagnante. Solo con un’U.E. politicamente forte e istituzionalmente unita possiamo “esportare” la democrazia senza un proiettile. Dobbiamo dare nuovo slancio all'Idea di Europa, che trova legittimità dall'essere nata dall'orrore delle guerre mondiali e dell'Olocausto. La fase dell'integrazione economica che vede collaborare stati prima nemici e che trova massima espressione nella moneta unica deve ora essere seguita da quella politica. L'Unione Europea deve diventare un vero e proprio soggetto politico con reale capacità di azione sulla scena interna e internazionale.Conditio sine qua non al raggiungimento di tale obiettivo è l'adozione del Trattato che Istituisce una Costituzione per l'Europa. Dobbiamo vivere il processo di globalizzazione come capace di estendere non solo il mercato, ma anche, e soprattutto, i diritti. Il capitalismo ha tuttora bisogno di regole, ma oggi il compito dei governi è quello di favorire un miglior funzionamento dei mercati e di estenderli alle economie emergenti di India Cina e Sudamerica. È in questo senso che vanno letti i processi di liberalizzazione, cioè come volti a sconfiggere l’attuale compartimentazione del mercato del lavoro e le chiusure corporative ancora largamente diffuse. La nostra generazione vive ai margini del mondo del lavoro, senza un welfare compatibile con la flessibilità e senza un sistema selezione davvero meritocratico.Essere più forti, vuol dire rappresentare meglio i lavoratori. Dobbiamo affrontare il problema ambientale a partire dalla riduzione degli sprechi e dallo sviluppo delle energie sostenibili e rinnovabili, nella consapevolezza che la riduzione delle emissioni di gas serra è un'urgenza alla quale devono far seguito azioni concrete e tempestive. “La Terra è l'unica casa che abbiamo, dobbiamo mantenere la giusta prospettiva e avere ben chiaro qual è la posta in gioco" ha sottolineato l’ex vicepresidente democratico U.S.A. Al Gore. Serve, quindi, una presa di coscienza dei rischi cui si sta andando incontro. Serve farlo ora, però! Dobbiamo promuovere lo sviluppo di nuove reti transfrontaliere in grado di ridurre i costi per lo spostamento delle persone e delle merci in modo da incrementare le opportunità di studio e di lavoro per tutti i cittadini d'Europa e del mondo.Dobbiamo rivendicare il ruolo primario del sapere all'interno della società, dai nidi fino all'università, sostenendo il ruolo prioritario dello Stato, valorizzando le autonomie decisionali territoriali e gli investimenti, i quali devono coprire i costi del diritto allo studio e soddisfare i bisogni primari della Ricerca scientifica italiana. Dobbiamo costruire una nuova stagione della democrazia in Italia. Una democrazia economica fondata sulla trasparenza dei mercati, sulla tutela dei consumatori, sul rispetto della concorrenza, sul dialogo sociale e su un modello industriale che promuova la partecipazione dei lavoratori nell'impresa e nell'economia, come avviene in Germania, dove la promozione dello sviluppo economico sostenibile si accompagni sempre alla coesione sociale. Dobbiamo tenere ben saldi i principi che fondano il modello sociale europeo, garantendo una vera uguaglianza delle opportunità a tutti: l'invecchiamento della popolazione è foriero di gravi squilibri contro i quali bisogna intervenire ora. Il diritto ad una pensione equa e decente riguarda i pensionati di oggi, ma anche quelli di domani. Noi giovani dobbiamo esserne consapevoli e protagonisti. Dobbiamo affermare un nuovo concetto di cittadinanza e democrazia, basata sulla piena applicazione dei diritti costituzionali - il lavoro in primo luogo - sul riconoscimento dei diritti di cittadinanza, sull'universalità del welfare e dei suoi servizi, sull'inclusione e la costruzione di forti relazioni sociali. Dobbiamo fomentare le diversità e includere le minoranze in questa nuova idea di democrazia, includere è il modo per spingere alla partecipazione, per fare sentire ognuno parte di un tutto. Se non vinciamo questa sfida non riusciremo a creare una società capace di integrare positivamente i nuovi cittadini d'Europa. Questa stessa idea di partecipazione deve essere la colonna portante del partito nuovo, di una nuova politica. Se i processi decisionali passano dalle segreterie agli iscritti e dagli iscritti ai cittadini, se a rappresentare i cittadini sono coloro che dai cittadini sono scelti, se viene posto un limite temporale ai mandati, allora si realizza lo stacco generazionale e l'innovazione della politica di cui l'Italia sente il bisogno. Questa nuova forma di organizzazione, più propensa all'ascolto, più diffusa, può aprire a una politica giovane. Una politica giovane, non si occupa solo di lasciare spazio ai giovani nei partiti, ma di dare loro la possibilità di contare come chiunque altro. Una politica giovane permette anche di dare nuova energia ai processi politici. Una nuova visione della politica, che porti a ridiscutere i riti e le posizioni ideologiche dei partiti del 900, è necessaria, ma se sola, non è sufficiente a spiegare e sostenere una svolta così importante. Il Partito Democratico sarà un partito laico, di donne e di uomini, rispettoso della parità di genere, della tutela dell'identità di ogni persona, dell'orientamento sessuale e delle scelte di vita di ciascuno. Un partito di diritti civili, che riconosce uguale valore a fedi e culture diverse. Un partito capace di trattare i temi etici senza pretendere di avere la verità in tasca, guardando ai problemi per quello sono e non attraverso la lente dell'ideologia. La particolarità del nostro contesto politico nazionale, fa del nascente Partito Democratico quella forza capace di creare un nuovo orizzonte europeo. L'orizzonte comune dei riformismi può affrontare i nostri "dobbiamo" con più forza e determinazione perché è un orizzonte in cui cambia la definizione di ciò che è altro. Un orizzonte in cui chi ha percorso strade diverse trova la forza di scriverne insieme nuove perché si riconosce in un progetto politico di più ampio respiro. Chi si riconosce in queste nuove sfide, a prescindere dalle divisioni del '900, deve assumersi la responsabilità di costruire quel soggetto riformista capace di guidare l'Italia nell'Europa del Terzo millennio. Ci dicono di essere troppo ambiziosi, di guardare troppo in là. Ne siamo francamente orgogliosi. Vogliamo un partito che sia anche di chi non è mai stato iscritto al PCI, di chi non è mai iscritto al PSI, di chi non è mai stato iscritto alla DC.Rinnovare la politica è rinnovare la società, per questo crediamo in unpartito nuovo.Un partito per noi, giovani generazioni!
Federico Viano, 22 anni, Direttivo Unione DS Druento
Matteo Mereu, 25 anni, direttivo Unione DS San Paolo
Fedra Negri, 20 anni, direttivo Unione DS Nizza-Lingotto
Francesco Piazzolla, 23 anni, Studente
Emanuele Durante, 29 anni, Segretario Unione DS Vanchiglia
Enzo Frammartino, 28 anni, Segretario Unione DS Santa Rita-Mirafiori Nord
Fabio Lamon, 21 anni, Studente
Matteo Francavilla,28 anni, Presidente Commissione Lavoro Consiglio Provinciale di Torino
Malvina Brandajs, 26 anni, Consigliere DS Circoscrizione 1 Torino
Ermanno Torre, 25 anni, direttivo Unione DS Santa Rita-Mirafiori Nord
Santo La Ferlita, 25 anni, Studente
Luca Mastromauro, 25 anni, Consigliere DS Circoscrizione 7 Torino
Cristina Bulgarelli, 32 anni, Direzione Provinciale DS Torino
Giulia Allegra Villani, 24 anni, direttivo Unione DS San Paolo
Enzo Lavolta, 28 anni, Consigliere DS Consiglio Comunale di Torino
Silvia Fregolent, 35 anni, Segretario DS Unione Nizza-Lingotto
Annalisa Ramasso, 29 anni, psicologa
Michele Crispo, 28 anni, analista e sviluppatore software